Processo amianto Monfalcone «Ecco chi ha ucciso i nostri cari»

È durata 31 minuti la lettura della sentenza (condannati per omicidio colposo 13 dei 35 imputati per un totale di 55 anni e 8 mesi) da parte del giudice monocratico Matteo Trotta: una sequenza zeppa di riferimenti tecnico-giuridici da cui si coglievano ogni tanto i nomi delle vittime e degli imputati. Quasi un tragico rosario in cui ogni grana corrispondeva un morto da amianto.
Trentuno minuti di alta tensione emotiva, in un’aula zeppa come mai nelle precedenti 93 udienze, tensione che non si è sciolta nemmeno nell’ultima parte della lettura, la più chiara a tutti, quando Trotta ha sciorinato i nomi dei condannati e l’entità della pena per ciascuno. Ci si aspettava un applauso liberatorio alla fine di tutto, che però non c’è stato. Non un cenno di approvazione e tantomeno di dissenso. Solo un composto silenzio.
È stata la risposta a chi riteneva che il clima creatosi attorno a questo processo potesse impedire al giudice una decisione serena e per questo era ricorso al principio della legittima suspicione. «Vede? Questi sarebbero i terroristi che volevano vendetta», dice un esposto.
In fondo, a sinistra, nell’aula di giustizia avevano trovato posto le vedove dell’amianto, le prime ad arrivare, un quarto d’ora prima dell’ora fissata per la sentenza, alcune con le magliette di “Amianto mai più”. C’era Rita Nardi, l’ex presidente dell’Aea, con lei Rita Sgorbissa, Anna Maria Pizzignacco, Nevia Pacco, Vanda Michelin, Laura Meneghetti, Anna Maria Declich, e altre. Aspettando, si erano quasi strette l’una all’altra per darsi coraggio.
«Ho il cuore in gola», ha confessato Rita Nardi prima dell’ingresso del giudice. All’inizio della lettura le vedove si sono alzate in piedi per vedere e sentire meglio: sono rimaste quasi incredule quanto il dottor Trotta ha sciorinato una lunga serie di assoluzioni per prescrizione, atti peraltro dovuti, previsti anche nelle richieste del pubblico ministero («Queste assoluzioni sono il frutto dei ritardi accumulatisi prima che il presidente Napolitano si facesse sentire», ha rilevato Chiara Paternoster dell’Aea), ma in quel momento assai preoccupanti per chi stava aspettando giustizia dopo anni di dolore, sofferenza e carte bollate.
La tensione si è in parte sciolta quando Trotta ha elencato le condanne. Rita Nardi, in piedi sulla panca, ha alzato le braccia al cielo ma dalla sua bocca non è uscito neanche un sussurro. «A me non interessano le entità delle condanne - ha mormorato -, mi basta sapere che la legge li ha riconosciuti colpevoli, che sono loro ad aver causato la morte dei nostri cari. Spero che d’ora in avanti trascorrano notti di sofferenza e dolore come siamo state costrette a trascorrere noi».
Qualche moto di dissenso, ma a denti stretti e sottovoce da parte di alcune vedove nel momento in cui il giudice ha elencato le provvisionali a favore delle parti civili mal sopportando la presenza dei sindacati («Ma dove erano quando i nostri si ammalavano?»).
Alla fine della lettura, non è volata una mosca, solo qualche lacrima e abbracci liberatori. Non un applauso, non un grido o una contestazione. «Finalmente questa tortura è finita - afferma Rita Nardi. Ma non sono contenta. Non riesco a provare alcuna sensazione, se non la soddisfazione di avere avuto giustizia. Ora possiamo finalmente sapere quale è la verità, chi ha permesso che i nostri cari morissero come topi in quel cantiere».
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