Bravar: «Più collegamento tra università e impresa»

Il fondatore e presidente di Tbs Group è entrato da esterno nel consiglio di amministrazione dell’ateneo per rafforzare il rapporto con l’industria. «Al Volta nel 2014 il corso di biomedicina»
Di Gabriella Ziani
Lasorte Trieste 02/07/13 - Burlo, Presentazione Risonanza Magnetica
Lasorte Trieste 02/07/13 - Burlo, Presentazione Risonanza Magnetica

È il fondatore, il presidente e l’amministratore delegato di Tbs Group, azienda di Ingegneria clinica e biomedicale nata a Trieste “da un’idea”, oggi una multinazionale quotata in Borsa. Diego Bravar è l’uomo di successo a Trieste, che da dipendente degli ospedali è passato a essere il capo di un impero. Da novembre è nel Consiglio di amministrazione dell’Università di Trieste, uno degli “esterni” voluti dalla nuova legge: candidatura presentata, selezione andata bene.

Ingegner Bravar, perché è entrato nell’università?

A dire il vero ero a un direttivo di Confindustria e ci si è accorti che il giorno dopo scadeva il termine per presentare le candidature. “Orpo!”, ho detto io. Me ne ero dimenticato. Confindustria però voleva essere presente in ateneo. Insomma qualcuno di noi doveva presentare la domanda.

Consigliere per caso, dice?

Veramente ho pensato di portare un po’ di buone pratiche apprese con la mia azienda. Partita proprio da questa università, e oggi multinazionale con 28 società... Sono da sempre convinto che dev’esserci grande permeabilità tra la ricerca finalizzata universitaria e le aziende. Locali, regionali, interregionali, e più in là.

Oggi è sufficiente?

No, è insufficiente. L’Università amministra la conoscenza, da qui dovrebbero uscire innovazione e nuove attività produttive, che rifinanzino la ricerca. Ma se il Paese non cresce non si pagano tasse, e dunque non ci sono soldi per la ricerca. Il circolo virtuoso s’interrompe. Io all’Università sono sempre rimasto vicino, però, abbiamo aiutato la crescita di un master in Ingegneria clinica: i miei ingegneri vanno a insegnare gratis, gli studenti vengono a fare la tesi da noi. A oggi dei 600 ingegneri clinici d’Italia l’80% è stato certificato da questo master. Ora c’è anche il master di 2.o livello.

Ma industrie nuove? Poco o nulla, lo dicono tutti.

Quando l’Università navigava in migliori acque economiche, non ricercava l’industria. E l’industria (qui ormai solo al 10% del Pil locale) era troppo impegnata a stare sul mercato per cercare l’università. Isolata l’una, isolata l’altra.

E perché proprio adesso le cose dovrebbero cambiare?

Intanto la legge che obbliga a cambiare l’università portando dentro professionalità ed esperienze è buona. Assieme agli “interni” del Cda potremo fare questo passaggio.

Lei ricorda il momento esatto in cui decise di aprire la sua azienda, i primi passi?

All’epoca ero ingegnere clinico all’ospedale, un dipendente dello Stato, ma Trieste con Ingegneria clinica era all’avanguardia e il Cnr mi chiese di fare un’analisi. Si scoprì che il 95% degli ospedali non l’aveva. Ma chiamare tecnici da ogni parte per gestire le tecnologie della sanità ha un costo o no? Ha un costo molto alto. E così, l’idea. Andai a chiedere i primi finanziamenti a Friulia e a un fondo di “private equity”. E nel ’92 firmai il primo contratto.

E da lì un impero, veloce.

Guardi, non basta l’idea, poi bisogna svilupparla. In Italia ci sono 10 miliardi di apparecchiature medicali. Una volta all’anno vanno verificate. Una ogni tre anni in media si rompe. A Trieste ce ne sono 6000, con 6 tecnici. Chiamando i manutentori di 500 diverse ditte, quante spese di viaggio bisogna pagare? Noi creiamo risparmio. Abbiamo cominciato con le manutenzioni, proseguito collaborando ai programmi di acquisto, e poi alla didattica, alla formazione, ci siamo spostati sulla creazione di nuovi software, sulla telemedicina, sulla teleassistenza.

La telemedicina però è di moda ma non prende piede.

Ancora nessuno la paga, non è nei tabulati economici dello Stato, nei “Drg”.

Lei calcola che la tecnologia sanitaria comprimerà i costi crescenti della Sanità, o è invece l’enorme costo della tecnologia che li fa aumentare?

Non è così semplice. Nel 1987 facemmo un’indagine, sempre per il Cnr, sulle radiografie: scoprimmo che più di tutto costavano personale e materiali. Al tempo, ancora pellicole da sviluppare. Allora, dissi, perché non compriamo una cosa nuovissima appena inventata negli Usa, il Pacs, la radiografia informatica? Trieste fu la prima in Italia. Spesa iniziale altissima, però i costi poi sono diminuiti, e ora gli esami “girano” in computer, cosa ottima per i pazienti. Inoltre la Sanità in Italia costa oltre 100 miliardi. Per la tecnologia: 7. Non è questo il problema.

C’è forse sempre lei dietro il progetto di aprire a Trieste un Istituto tecnico superiore biomedicale?

Anche questa idea è venuta così, a un convegno. Attualmente tutti i tecnici ce li dobbiamo formare, senza “certificazione” non possono lavorare. In Germania già ci sono questi corsi. Il progetto è del ministero, per scuole promosse da enti (qui Area di ricerca, Università, Confindustria, Icgeb, Sincrotrone). Poche materie di base e molto insegnamento tecnico e su quattro semestri almeno uno in azienda. A Udine il Malignani l’ha creato, con la Danieli, e Pordenone pure, per l’informatica. A Trieste sarà il Volta: biomedicina e informatica. Questa scuola di post-diploma sarà gestita da una Fondazione, sotto la sorveglianza della Prefettura, una cosa seria. La Regione ha deliberato. Col 2014 potrà partire.

E lei pensa che questi post-diplomati avranno un futuro migliore di altri?

Sì. A Trieste esistono due distretti di successo, quello di Biomedicina molecolare (il mercato europeo è di 70 miliardi di euro, quello Usa di 80) e il navalmeccanico: 100 miliardi di euro il mercato mondiale, il 5% in Europa. Fincantieri copre il 50% di quel 5%...

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo