Addio al sindaco Bandić, l’Araba fenice di Croazia

ZAGABRIA Una personalità vulcanica e assai controversa, da molti amata, fertile di idee anche contrastate e a volte divisive, una vera e propria Araba fenice spessissimo al centro di polemiche e persino di casi giudiziari esplosivi, ma sicuramente una figura-chiave nei Balcani, dal grande e costante peso politico, in Croazia. Potrebbe riassumersi così la figura di Milan Bandic, storico sindaco di Zagabria, deceduto a soli 66 anni nella notte tra sabato e domenica, per infarto. Bandic, nato nel 1955 a Grude, oggi in Bosnia-Erzegovina, campeggiava come figura-chiave sulla scena politica nazionale, alla testa in maniera quasi ininterrotta della capitale croata dal 2000, dopo essere stato eletto per ben sei volte, prima come esponente del Partito socialdemocratico (Sdp). E poi come indipendente, in seguito all’estromissione dal partito, decisa dalla sua leadership nel 2009, dopo che Bandic aveva annunciato di voler correre come “cane sciolto” alle elezioni presidenziali.
Bandic la cui vita è stata segnata, nel bene e nel male, dalla posizione di primo cittadino di Zagabria, poltrona conquistata ventun anni fa, incarico avvelenato anche da controversie e scandali, cadute nella polvere e resurrezioni. La prima, già nel 2002, due anni dopo la prima vittoria alle urne, quando fuggì ai controlli dopo aver guidato ubriaco. «Assumerò le mie responsabilità come qualunque cittadino», disse presentando le sue dimissioni, ma passando alla carica di vicesindaco. Nel 2005, il ritorno sulla scena, nelle vesti di primo cittadino di Zagabria, città che conta un quarto della popolazione totale croata. Successivamente, nel 2009, lo scontro con i socialdemocratici e l’annuncio della candidatura alle presidenziali. Bandic decise di correre «privo di catene di obbedienza al partito, libero come un uccello», parole che fecero andare su tutte le furie l’Sdp, sentitasi tradita da uno dei fondatori del partito e portando alla sua espulsione.
Fallimentare fu la corsa alla presidenza, battuto al secondo turno dal “vero” socialdemocratico Ivo Josipovic. Bandic incassò però la botta più dura nel 2014, quando venne arrestato per un caso di presunte mazzette e abuso d’ufficio, per poi venir rilasciato e reinvestito della dignità di sindaco, ruolo occupato fino al decesso, con processi per corruzione ancora in corso. «Ha vissuto per la sua città, per i zagrebesi, per lui sempre al primo posto con amore ed energia», lo ha ricordato in una nota l’amministrazione municipale, evocando l’impegno di Bandic in progetti come il rinnovo della “Ljubljanska Aveniija”, l’arteria cittadina più importante, o l’edilizia popolare delle “case Bandic” e altri progetti infrastrutturali, una posizione condivisa dai molti zagrebesi che, commossi, si sono messi in coda per esprimere il proprio cordoglio. Un successo velato però da tante ombre. Significative le parole del suo ex partito, l’Sdp, che ha malignamente affermato che Bandic sarà ricordato «per il suo innegabile talento populistico», non avendo però potuto sperimentare «la sua fine politica», alle prossime comunali. Bandic che aveva creato un sistema clientelare e «spero non sia ricordato affatto», rincara a Il Piccolo il politologo Davor Gjenero, una posizione condivisa dai tanti avversi a Bandic. Bandic, spiega Gjenero, che sarebbe colpevole soprattutto «di non aver fatto nulla per Zagabria» durante i suoi mandati, in particolare per il trasporto - «neanche un metro di rete tramviaria costruita in vent’anni» - e il «bene pubblico» in generale. E avrebbe lasciato al suo successore una pesante eredità finanziaria e strutturale complicatissima da gestire, suggerisce l’analista. Ai posteri la sentenza, agli elettori la scelta del prossimo primo cittadino, a maggio. —
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