Ateneo al voto: crisi e Udine temi caldi del rush finale a 4

Maurizio Fermeglia il chimico, il primo che ha cominciato a studiare per rettore perché è stato il primo a candidarsi, dispensa sicurezza evocando ad esempio lo sharing «tra atenei ed enti culturali e scientifici, consentito dalla circolare Profumo del 2012, per compartecipare allo stipendio di una persona sotto contratto». Giuseppe Battelli lo storico, il primo che ha deciso di sfidare Fermeglia, non è che poi gli si allontani più di tanto, di primo acchito: batte sul «decentramento decisionale», sorta di federalismo della ricerca per i dipartimenti. Guido Abbattista, storico pure lui, il terzo aspirante rettore uscito allo scoperto in ordine di tempo, da Fermeglia si discosta eccome, in diversi principi, benché i rumors accademici ricordino di come i due fossero in tempi non sospetti nella stessa squadra: è il più convinto assertore dell’idea di «sistema regionale dell’università e della ricerca» incarnata dai primi passi fatti assieme dagli atenei cugini di Trieste e Udine. Lorenza Rega la linguista, l’ultima arrivata tra i candidati alla successione di Francesco Peroni, predica proprio continuità con le scelte del settennato Peroni, e tra quelle «il percorso pur doloroso, costato lacrime e sangue», teso a «rientrare sotto il 90% nel rapporto tra stipendi e fondi statali», senza il quale «non avremmo più potuto continuare ad assumere e crescere». E ci mancherebbe che così non fosse, se è vero che la Rega è stata “assessore” alla formazione della “giunta” di piazzale Europa durante il Peroni-bis. Da lei a Fermeglia il cerchio, idealmente, si chiude, dato che è lo stesso Fermeglia a mostrarsi più critico verso l’ex rettore. Una su tutte, proprio la diplomazia fin qui adottata nelle relazioni con Udine, foriera finora, per Fermeglia, di un accordo «servito forse a dare più immagine che contenuti, che non mi entusiasma».
È questa l’istantanea, banalizzata per slogan, del primo confronto diretto tra i quattro candidati all’eredità pesante lasciata appunto da Peroni, andato in scena ieri nell’aula magna dell’edificio H3 su iniziativa del Gruppo ricercatori e del Coordinamento professori associati. Un confronto diretto più di nome che di fatto. Alla compresenza fisica dei quattro candidati ha fatto da contrappeso un fair-play che i politici se lo sognano: mai una parola sopra l’altra, mai una polemica, mai un’impennata di voce, al massimo una sibilata elegante, sottintesa, per smontare la teoria di chi aveva parlato prima, senza però citarlo. I quattro peraltro, bisbigliano sempre i rumors accademici, se proprio vogliamo buttarla in politica non è che stiano agli antipodi: si possono, anzi, immaginare tutti - chi più dentro, chi più ai margini - dalla stessa orbita di centrosinistra.
Le due ore di dibattito - moderate dal ricercatore Sergio Zilli - si sono rivelate così dense di contenuti, non drogate dalle polemiche. Utili - a detta alla fine di vari uditori-elettori - a chiarirsi le idee: Fermeglia e Abbattista danno la sensazione di sentirsi, e di essere sentiti, in pole-position. Come gestire didattica, ricerca, turn-over, organi di valutazione e rapporti con Udine in tempi di crisi: il succo delle cinque domande poste da Zilli.
Tra i comandamenti di Fermeglia ecco il «migliorare il livello medio della ricerca», con fondi usati per «strumentazioni che possano essere a disposizione di più dipartimenti», nonché l’«avvicinarsi il più possibile alla soglia delle 20 assunzioni l’anno di altrettanti ricercatori per tentare di restare sopra quota 700 docenti». Massa critica imprescindibile è pure quella degli studenti, da qui «la necessità di tenere aperto il massimo dell’offerta formativa» secondo Battelli, la cui promessa è di «una rappresentanza più larga possibile» nelle stanze dei bottoni. I pilastri di Abbattista si chiamano quindi «valutazione scrupolosa», da vivere come «uno strumento di crescita» e non come «l’anticamera di una possibile punizione», ma anche «responsabilizzazione dei dipartimenti nel fare ricerca e reperire fondi». La Rega, infine, insiste su una «commissione che individui le spese improduttive, dall’energia alla telefonia» e ha due chiodi fissi. Uno: «fare rete tra atenei e enti di ricerca». Due: «innovazione, la parola magica per l’Unione europea». L’ultima cassaforte.
@PierRaub
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