Ateneo al voto: crisi e Udine temi caldi del rush finale a 4

Confronto diretto tra i candidati all’eredità di Peroni: Fermeglia e Abbattista i più “distanti”, Battelli guarda ai dipartimenti, Rega nel segno della continuità
Di Piero Rauber
BRUNI TRIESTE 13 03 08 PORTE APERTE ALL'UNIVERSITA'
BRUNI TRIESTE 13 03 08 PORTE APERTE ALL'UNIVERSITA'

Maurizio Fermeglia il chimico, il primo che ha cominciato a studiare per rettore perché è stato il primo a candidarsi, dispensa sicurezza evocando ad esempio lo sharing «tra atenei ed enti culturali e scientifici, consentito dalla circolare Profumo del 2012, per compartecipare allo stipendio di una persona sotto contratto». Giuseppe Battelli lo storico, il primo che ha deciso di sfidare Fermeglia, non è che poi gli si allontani più di tanto, di primo acchito: batte sul «decentramento decisionale», sorta di federalismo della ricerca per i dipartimenti. Guido Abbattista, storico pure lui, il terzo aspirante rettore uscito allo scoperto in ordine di tempo, da Fermeglia si discosta eccome, in diversi principi, benché i rumors accademici ricordino di come i due fossero in tempi non sospetti nella stessa squadra: è il più convinto assertore dell’idea di «sistema regionale dell’università e della ricerca» incarnata dai primi passi fatti assieme dagli atenei cugini di Trieste e Udine. Lorenza Rega la linguista, l’ultima arrivata tra i candidati alla successione di Francesco Peroni, predica proprio continuità con le scelte del settennato Peroni, e tra quelle «il percorso pur doloroso, costato lacrime e sangue», teso a «rientrare sotto il 90% nel rapporto tra stipendi e fondi statali», senza il quale «non avremmo più potuto continuare ad assumere e crescere». E ci mancherebbe che così non fosse, se è vero che la Rega è stata “assessore” alla formazione della “giunta” di piazzale Europa durante il Peroni-bis. Da lei a Fermeglia il cerchio, idealmente, si chiude, dato che è lo stesso Fermeglia a mostrarsi più critico verso l’ex rettore. Una su tutte, proprio la diplomazia fin qui adottata nelle relazioni con Udine, foriera finora, per Fermeglia, di un accordo «servito forse a dare più immagine che contenuti, che non mi entusiasma».

È questa l’istantanea, banalizzata per slogan, del primo confronto diretto tra i quattro candidati all’eredità pesante lasciata appunto da Peroni, andato in scena ieri nell’aula magna dell’edificio H3 su iniziativa del Gruppo ricercatori e del Coordinamento professori associati. Un confronto diretto più di nome che di fatto. Alla compresenza fisica dei quattro candidati ha fatto da contrappeso un fair-play che i politici se lo sognano: mai una parola sopra l’altra, mai una polemica, mai un’impennata di voce, al massimo una sibilata elegante, sottintesa, per smontare la teoria di chi aveva parlato prima, senza però citarlo. I quattro peraltro, bisbigliano sempre i rumors accademici, se proprio vogliamo buttarla in politica non è che stiano agli antipodi: si possono, anzi, immaginare tutti - chi più dentro, chi più ai margini - dalla stessa orbita di centrosinistra.

Le due ore di dibattito - moderate dal ricercatore Sergio Zilli - si sono rivelate così dense di contenuti, non drogate dalle polemiche. Utili - a detta alla fine di vari uditori-elettori - a chiarirsi le idee: Fermeglia e Abbattista danno la sensazione di sentirsi, e di essere sentiti, in pole-position. Come gestire didattica, ricerca, turn-over, organi di valutazione e rapporti con Udine in tempi di crisi: il succo delle cinque domande poste da Zilli.

Tra i comandamenti di Fermeglia ecco il «migliorare il livello medio della ricerca», con fondi usati per «strumentazioni che possano essere a disposizione di più dipartimenti», nonché l’«avvicinarsi il più possibile alla soglia delle 20 assunzioni l’anno di altrettanti ricercatori per tentare di restare sopra quota 700 docenti». Massa critica imprescindibile è pure quella degli studenti, da qui «la necessità di tenere aperto il massimo dell’offerta formativa» secondo Battelli, la cui promessa è di «una rappresentanza più larga possibile» nelle stanze dei bottoni. I pilastri di Abbattista si chiamano quindi «valutazione scrupolosa», da vivere come «uno strumento di crescita» e non come «l’anticamera di una possibile punizione», ma anche «responsabilizzazione dei dipartimenti nel fare ricerca e reperire fondi». La Rega, infine, insiste su una «commissione che individui le spese improduttive, dall’energia alla telefonia» e ha due chiodi fissi. Uno: «fare rete tra atenei e enti di ricerca». Due: «innovazione, la parola magica per l’Unione europea». L’ultima cassaforte.

@PierRaub

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