«Babylon» incendiato dalla mafia dell’Istria
La discoteca di via Costalunga bruciata nel 2003 perché i gestori si erano rifiutati di cederla
di Claudio Erné
di Claudio Erné

Un’organizzazione mafiosa siciliana attiva da decenni in Istria dove gestisce negozi, locali notturni e alberghi, ha tentato lo sbarco a Trieste e ha incendiato nel 2003 la discoteca «Babylon» perché i gestori si erano rifiutati di cedere il locale.
Questo dato è emerso ieri nella terza udienza del processo che vede sul banco degli imputati il vicequestore Carlo Lorito, già al vertice delle Squadre mobili di Trieste e di Gorizia. È accusato di corruzione perché, secondo il pm Lucia Baldovin, avrebbe informato alcuni spacciatori di droga che la polizia si stava interessando alla loro attività, intercettandoli e pedinandoli. A causa di queste soffiate, le indagini si sarebbero incagliate.
Ieri tutta l’udienza del Tribunale presieduto da Luigi Dainotti è ruotato attorno all’antico incendio del «Babylon» dove, sempre secondo la Procura, nelle intercettazioni telefoniche è emersa la presenza di un certo «zio Carlo» che parlava con Fabio Novacco, oggi uno degli imputati di questo processo, all’epoca gestore del Babylon di via Costalunga assieme a Roberto Tuccio e Giusto Andrea.
Secondo gli accusatori già all’epoca Carlo Lorito si era inserito nell’inchiesta triestina sull'incendio e sull’infiltrazione mafiosa anche se il ruolo istituzionale era quello di capo della Squadra mobile di Gorizia. Il suo, alla luce dell’inchiesta che lo ha anche portato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, sarebbe stato un interessamento sospetto, fuori dalle competenze territoriali.
L’udienza di ieri ha cancellato queste ombre ma ha impietosamente portato alla ribalta il ruolo di Fabio Novacco. In quella inchiesta, diretta anch’essa dal pm Lucia Baldovin, Novacco ha avuto il ruolo di informatore e Carlo Lorito l’ha «presentato» con le debite prudenze agli inquirenti triestini per far luce sul tentativo di sbarco in città della famiglia mafiosa insediata in Istria. Era quasi scontato che lo «zio Carlo» all’epoca parlasse con la sua fonte coperta.
Va aggiunto che uno dei componenti della famiglia mafiosa era stato anche «indagato» per l’incendio del locale notturno di via Costalunga su cui voleva mettere le mani per conto dell’organizzazione. Sono noti il suo nome e il suo cognome, ma l’inchiesta avviata dai carabinieri della Compagnia di Muggia, ha segnato il passo e si è conclusa con un nulla di fatto, nonostante la collaborazione offerta e avuta dalla sezione di Trieste dello Sco - il Servizio centrale operativo - e dall’informatore fornito da Carlo Lorito. Indizi, voci, sospetti, ma nessuna certezza per poter chiudere il fascicolo con una o più richieste di rinvio a giudizio.
Ieri in aula un investigatore dell’Arma sentito come testimone ha spiegato che i suoi colleghi avevano pedinato e intercettato a livello ambientale e telefonico un poliziotto della Squadra mobile di Trieste che frequentava il locale andato a fuoco il 29 luglio 2003. Due erano i focolai, mentre la porta d’ingresso era stata scardinata con un «piede di porco». I danni avevano superato i 200 mila euro e vista l’origine dolosa, la copertura della polizza di assicurazione non era scattata. Prima di essere ridotta in cenere il Babylon dava grandi profitti. «Andava benissimo» ha affermato uno dei gestori.
Nell’aula si è discusso anche della passione del gioco del vicequestore. E’ stato sentito Gerardo Bagliani. titolare di una rivendita tabacchi posta a pochi metri dalla Questura di Gorizia. «E’ vero: Lorito giocava al Lotto e talvolta anche ai cavalli. Lo faceva da solo ma anche coi colleghi: 500-600 euro al mese, secondo i miei conti. Vinceva spesso ed era puntuale nei pagamenti».
Questo testimone, citato dall’accusa, avrebbe dovuto dimostrare l’alto tenore di vita del dirigente della Polizia di Stato. Prossima udienza il 22 dicembre.
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