Cabinovia di Trieste, il Tar del Lazio respinge il ricorso contro i fondi di Salvini
Il tribunale amministrativo conferma i 48.8 milioni sostitutivi del Pnrr. Restano ancora il nodo delle rate e l’incognita Consiglio di Stato

Il Tar del Lazio giudica inammissibile il ricorso del Comitato No Ovovia contro il decreto 334 del 2024, con il quale il ministro Matteo Salvini convertiva i 48,8 milioni persi dal Pnrr in risorse statali, poi stanziate in rate tra il 2027 e il 2034.
Atto ritenuto «gravemente illegittimo» dai ricorrenti, ma che il tribunale amministrativo romano valuta «non immediatamente lesivo» dei residenti a rischio esproprio: il decreto serve unicamente ad allocare risorse, senza inficiare sulla realizzazione o meno dell’impianto a fune che, peraltro, al momento risulta già coperto dal bilancio comunale, esattamente il contrario di quanto per sei anni promesso da Dipiazza.
Il sindaco, in ogni caso, saluta con favore il verdetto, ma non esulta. I fondi sono confermati, ma sull’iter pesano ancora troppi dubbi e la decisione non può essere rimandata. «Mercoledì riunirò i miei dirigenti: se non ho certezze – afferma il sindaco – rinunceremo alla cabinovia».
Il ricorso dei No Ovovia
Il verdetto segna così un punto di svolta nella vicenda simbolo dell’ultimo mandato del sindaco. L’intricata vicenda si ricostruisce nelle pagine della sentenza, pubblicata lunedì mattina e firmata dall’estensore Giovanna Vigliotti e dal presidente Elena Stanizzi.
Tutto parte dal decreto 334 del 23 dicembre 2024, firmato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dopo che l’Unità di Missione al Pnrr aveva bocciato i danni che la cabinovia avrebbe arrecato al bosco Bovedo. I 48,8 milioni del Recovery Fund venivano così persi da Trieste e riassegnati al tram Sir 2 di Padova, mentre le risorse statali già stanziate per questo dirottate sulla cabinovia, senza che però l’opera – sostengono i ricorrenti, difesi dall’avvocato Andrea Reggio D’Aci – avesse mai avuto diritto a beneficiarne.
I fondi persi dal Pnrr
I fondi in origine assegnati alla tranvia patavina derivavano infatti da un bando del Mit scaduto a gennaio 2021, quasi quattro anni prima del “decreto Salvini”: bando per il quale il Comune di Trieste non aveva mai presentato domanda, a differenza di quello di Padova con la sua tranvia, entrata in graduatoria e pertanto legittimamente finanziata.
Ma allora perché, al momento di ridistribuire le risorse, beneficiare proprio la funicolare triestina, scavalcando altre amministrazioni che ne avrebbero avuto maggior diritto, avendo legittimamente partecipato al bando? Nel “decreto Salvini” di motivazioni non c’è l’ombra, al punto da spingere il Comitato No Ovovia a insinuare che il Mit abbia destinato tutti quei soldi alla funivia a mezzo di «una trattativa diretta attivata con il solo Comune di Trieste, e a favore esclusivo dello stesso».
Il Tar: «Non c’è interesse»
Tutti motivi che il Tar del Lazio però respinge, prima che nel merito nella forma, ritenendo il ricorso «inammissibile per difetto di legittimazione ad agire». Il documento impugnato dal Comitato infatti «non appartiene alla sequenza espropriativa» bensì «costituisce un atto di allocazione di risorse finanziarie» a «tutela d interessi pubblici generali», risultando dunque «privo di efficacia lesiva diretta nei confronti dei proprietari di immobili interessati» dal passaggio della cabinovia.
In altre parole, il “decreto Salvini” riguarda unicamente la «corretta gestione contabile e finanziaria dell’ente», senza dunque essere fondamentale per la realizzazione o meno della cabinovia, peraltro ancora priva – ricorda il giudice – tanto di progetto definitivo quanto di conformità urbanistica, senza contare i ricorsi pendenti al Consiglio di Stato.
I residenti di Campo Romano «potranno far valere i propri diritti e interessi legittimi nelle sedi e nei tempi propri del procedimento espropriativo», ma in questa fase non avrebbero alcun diritto di contestare i fondi ministeriali, non più di qualsiasi altro cittadino. Avrebbero al più potuto ricorrere le altre amministrazioni rimaste escluse dal finanziamento, non fosse il termine per farlo ormai scaduto.
La discrezionalità del Mit
Anche entrando nel merito, tuttavia, il ricorso tende a vacillare. Il Mit avrebbe infatti agito nell’ambito di una «amplissima discrezionalità amministrativa», e la scelta di destinare i 48, 8 milioni proprio alla cabinovia risponderebbe a «criteri di economicità ed efficienza, privilegiando – si legge nel dispositivo – il completamento di un’opera in fase avanzata (non necessariamente la migliore, ndr) rispetto all’avvio di nuovi progetti».
In ogni caso, «il Mit non ha operato in assenza di un adeguato quadro conoscitivo», né «come sostenuto dai ricorrenti ha proceduto in assenza di alcuna istruttoria tecnica», dal momento che il progetto va avanti ormai da anni e sia stato già sottoposto a diversi passaggi amministrativi.
Quanto alla carenza di alternative progettuali alla cabinovia, qui il Tar del Lazio dà una lettura diversa rispetto alla nota sentenza della Corte dei Conti contro il Ponte sullo Stretto di Messina: secondo il tribunale amministrativo queste «attengono alla fase di approvazione del progetto da parte del Comune», e in ogni caso la bontà del progetto della cabinovia rientra «nell’ambito delle scelte opinabili riservate all’amministrazione comunale». Il Mit, dunque, si limita a pagare il progetto: se sia utile o meno, lo decide il Comune.
L’opera pagata dal Comune
Ma c’è di più. Il decreto contestato non sarebbe più neanche strettamente necessario alla realizzazione dell’impianto a fune, dal momento che lo scorso dicembre il Consiglio comunale aveva approvato una variazione di bilancio “urgente” per anticipare parte del finanziamento statale, al momento programmato solo in otto rate appena tra il 2027 e il 2034.
Una misura molto controversa, che – così aveva assicurato l’assessore al Bilancio leghista Everest Bertoli – doveva essere solo «temporanea» ma che nei fatti da sei mesi tiene bloccati sulla cabinovia 30 milioni di euro del bilancio comunale: «L’amministrazione comunale – si legge nella sentenza – ha assunto a proprio carico l’onere finanziario dell’intervento, assicurandone la realizzabilità anche in assenza del finanziamento statale.
Il giudice mette quindi nero su bianco i timori di Forza Italia, al tempo uscita dall’Aula rifiutandosi di votare la delibera: «L’eventuale annullamento del decreto non impedirebbe la realizzazione dell’opera, che proseguirebbe con la copertura finanziaria comunale». Anche se i 48, 8 milioni di Salvini dovessero venire meno, a pagare la cabinovia sarebbero stati i triestini.
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