Lo storico commercialista Mogorovich: «Gorizia e Nova Gorica unite da Iva, moneta e Go!2025»
Sergio Mogorovich fa il bilancio sui rapporti economici: «Lentamente, si va verso una sinergia ancor maggiore. Nel 1971 in provincia 2493 negozi con 5532 addetti»

Sergio Mogorovich, quanto sono vicine Gorizia e Nova Gorica?
«Hanno posizioni di vicinanza, anche reciproche: con l’introduzione del confine e fino a pochi anni fa gli abitanti di Nova Gorica giungevano a Gorizia soprattutto per comprare beni di consumo. Ora le cose sono cambiate e persino invertite: il commercio si è modificato, ma il discorso carburante rimane un trait d’union tra i tempi presenti e quelli passati».
E nel suo lavoro quante differenze vede tra le due città?
«La Slovenia è da tempo entrata nell’Unione europea. Il punto di collegamento principale è l’Iva, applicata in entrambi i Paesi. Prima c’era la dogana, ora occorre far riferimento alla normativa comunitaria. E come l’Italia, nel’93, ha avuto problemi nell’applicare la nuova normativa, anche la Slovenia li ha avuti successivamente».
Al di là dell’Iva, a livello fiscale, sono mondi lontani?
«No, anche perché con la Slovenia abbiamo una convenzione contro le doppie imposizioni. E la prova che i mondi non sono lontani, non solo a livello geografico, è data dal fatto che qualche goriziano in Slovenia va a lavorare e viceversa».
Si potrebbe quindi pensare a una città unica?
«Non saprei. Le legislazioni rimangono distinte e il lavoro sarebbe lungo. Con l’entrata della Slovenia nell’Unione europea già sono stati fatti passi in avanti notevoli: la Prepustnica non serve più e la moneta è unica. Poi, l’esperienza di Go!2025 ha ulteriormente aiutato le collaborazioni. Lentamente, si va verso una sinergia ancor maggiore».
Quanta strada è stata fatta?
«Abbastanza. Quando c’era la Jugoslavia, i controlli erano molto marcati, si sa».
Le fa male rievocarli?
«No».
Non la spaventavano le armi, i cani, il filo spinato?
«Abitavo in via Lunga, andavo a giocare dietro l’ospedale di via Vittorio Veneto, dove ora c’è un parcheggio, e vedevo passare le pattuglie jugoslave. Con gli amici, stavo tranquillo in Italia, anche pescando nella Vrtojbica. Da lì, risalivo il torrente verso via Blaserna e via Cravos, a pochi metri dal confine che, tuttavia, non mi faceva paura».
Di quel confine ha nostalgia?
«No, sono rimasti i ricordi».
I commercianti, per lei che ne esamina i conti, stavano davvero meglio allora?
«L’economia di confine ha avuto il suo peso, proprio perché gli abitanti dell’ex Jugoslavia avevano bisogno di beni di consumo che nel loro Paese non sempre trovavano. In città, rispetto a oggi, c’era indubbiamente una ricchezza maggiore. A Trieste venivano pullman da tutti i Balcani per comprare vestiti, ma in molti giungevano anche a Gorizia. Nel 1971, lo so bene perché è una ricerca riportata nella mia tesi di laurea, nella nostra provincia c’erano 2493 negozi che avevano 5532 addetti, fra titolari e dipendenti. Tra l’altro, di questi 2493 negozi, il 54,7% era costituito da negozi di alimentari. Ora il numero complessivo di attività è molto minore. Il piccolo commercio è cambiato».
Di chi è la responsabilità?
«Dell’avvento dei centri commerciali, molto più che all’e-commerce».
A Nova Gorica di centri commerciali ce ne sono, a Gorizia no. Lei è contrario alla loro presenza?
«Non la si può cambiare: è la realtà».
Anche a Gorizia sarebbe allora il caso di aprire un centro commerciale?
«Abbiamo poco più di 30.000 abitanti e supermercati abbastanza consistenti per una realtà come la nostra».
Ma lei i centri commerciali li frequenta?
«Pochissimo».
E a Nova Gorica va spesso?
«No, anche perché i prezzi, molte volte, sono più alti che da noi».
Cosa ha rappresentato la perdita della Zona franca?
«Un problema, come avevo predetto e scritto: ha segnato la scomparsa di vantaggi per le industrie e per il commercio. La Zona franca era una rendita che consentiva loro di acquistare le materie prime a prezzi ridotti».
Oggi, la Zona franca potrebbe esistere ancora?
«No, la vietano le disposizioni europee».
Si poteva gestire meglio la sua cancellazione?
«Si poteva prevedere che prima o poi sarebbe stata tolta: la sua proroga arrivava sempre all’ultimo minuto, anno dopo anno. Di conseguenza, era forse possibile organizzarsi preventivamente, ma miracoli erano impossibili».
Meglio il benessere economico e i confini rigidi o meglio la situazione attuale?
«Sicuramente meglio la situazione attuale: il mondo non è più quello. Lo vediamo ogni giorno. Il progresso ha fatto il suo corso e ha consentito un’evoluzione».
Le iniziative culturali di Go!2025 le ha seguite?
«In parte, la mia professione mi occupa tempo ed energie, però le iniziative che ho seguito le ho trovate interessanti. Purtroppo, è finora mancata la rivalutazione del gioco del biliardo alla Goriziana».
D’accordo, ma nel complesso reputa Go! 2025 un autentico evento?
«Ha favorito un coinvolgimento, una partecipazione dei cittadini alla vita sociale, portando molti turisti».
Gli effetti della Capitale proseguono?
«In centro, di visitatori se ne vedono ancora parecchi e gli eventi culturali continuano a essere numerosi: bene così».
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