«Commercio, senza domeniche tagli all’occupazione»

I titolari dei grandi centri prevedono cali d’affari e di dipendenti, ma anche i «piccoli» tremano
I loro punti-vendita sorgono ai margini di quel centro storico che dal prossimo anno, in base alla nuova legge sul commercio all’esame del Consiglio regionale, diventerà l’unica «zona franca» per le aperture domenicali conservando lo status di territorio a valenza turistica. Titolari e gestori di supermercati e negozi di grandi dimensioni, che operano in Viale XX Settembre, a Roiano piuttosto che in Largo Barriera, si sentono discriminati rispetto ai colleghi che fanno le stesse attività ma nel perimetro tra via Carducci, Rive e San Vito.


Perché loro, a differenza di questi ultimi, dovranno rispettare il nuovo limite delle 29 domeniche di lavoro sulle 52 o 53 del calendario annuale. Una stretta alla liberalizzazione introdotta dalla legge Bertossi durante la precedente amministrazione Illy che da una parte incrocia l’indifferenza e in certi casi pure il favore dei piccoli commercianti di quartiere. Ma che, dall’altra, viene vissuta come un’imminente mazzata - con riflessi negativi sull’occupazione - a chi fa proprio della domenica il giorno con gli incassi più alti. Anche in quei supermercati decentrati dove convergono, nel dì di festa, molti abitanti di un rione.


«Noi abbiamo una clientela fedele - spiega Carlos Guerrero, direttore dell’Essepiù di Largo Roiano - tanto da essere diventati con il tempo un punto di attrazione per la gente che abita in zona dopo la Messa della domenica mattina. Certo, la legge va rispettata. Ma ho l’impressione che questa legge finirà con il favorire alcuni a discapito di altri, con regole diverse per punti-vendita vicini. Oggi abbiamo 35 dipendenti, di cui due assunti nell’ultimo mese. È probabile che, diminuendo il turn-over di un’organizzazione sette su sette, questa novità ridimensionerà l’organico».


Di quanto Guerrero non si sbilancia. Lo fa invece Maurizio Zazzeron, titolare del gruppo che ha un supermercato in via Cesare dell’Acqua e soprattutto quello più vicino al centro in via Donadoni. «Vediamo - sbotta Zazzeron - se dimezzando le domeniche gli incassi calano ci tocca licenziare. Noi abbiamo assunto 18 persone su 54 per contratti week-end proprio perché siamo aperti 363 giorni all’anno, perché di questi tempi la gente fa la spesa quando vuole e quando può. Concordo con chi teme che una rivoluzione del genere sposterà flussi di acquirenti verso la Slovenia». «La politica non ha tenuto conto di alcuni aspetti, compreso il dato occupazionale», rileva il direttore del Giulia Paolo Fontana, il quale stima che i tagli nel centro commerciale si aggireranno sulle 25 unità. «Comprendo e rispetto l’importanza dello stare a casa con i figli nel giorno di festa - prosegue Fontana - ma sono desolato se penso che ci sono persone disposte a rinunciare ai soldi della domenica mentre imperversano dibattiti sulla crisi delle famiglie che non arrivano a fine mese».


Nella bozza di legge Ciriani sul commercio la limitazione del numero di aperture domenicali all’anno riguarderà i negozi con superficie superiore agli 800 metri quadrati. Il tetto è stato alzato rispetto ai 400 iniziali: l’ha stabilito proprio ieri il vertice di maggioranza in Regione. Una modifica che non risolve tutte le questioni: «Se prima di questo adattamento sarebbero stati una quindicina i posti di lavoro a rischio nella nostra azienda - racconta Fabio Bosco, titolare dell’omonima catena di supermercati cittadini - così ce ne saranno comunque quattro o cinque. Mi riferisco a contratti domenicali. In tutta questa situazione, parlo come imprenditore, voglio ancora sottolineare come non si stia tenendo conto della clientela: da noi arrivamo tra le quattro e le cinquemila persone alla domenica. Ora cosa accadrà? Dipendiamo da loro».


Qualcuno, nel frattempo, si chiede se la tanto discussa perimetrazione del centro storico non possa in qualche modo essere considerata in contrapposizione ai futuri centri commerciali all’aperto, ideati e promossi dalla Confcommercio provinciale. Per Massimo Donda, titolare dello storico calzaturificio di largo Barriera vecchia (una delle aree interessate dal progetto), «sarebbero sufficienti dieci domeniche di apertura all’anno, ma ben promosse come avviene per la Notte dei saldi. Questo perché in centro città la domenica non arriva un numero tale di consumatori da giustificare un numero di aperture più alto».


Per i rappresentanti dei piccoli negozianti di quartiere, ad ogni modo, la limitazione imposta alle loro eventuali domeniche di lavoro, rispetto alla libertà del centro storico, non rappresenta il primo dei problemi «anche se - così Elena Pellaschiar, alla guida dei commercianti di campo San Giacomo - bisognerebbe lasciare una maggiore autonomia alla provincia di Trieste». «Il centro commerciale all’aperto non risentirà della nuova legge», aggiunge per la stessa zona Flavia Kvesto, presidente dell’associazione Omnia Puecher, mentre dal Viale Giorgio Barbariol, presidente del Centro Rossetti, sposta il tiro: «Non penso - dice - che ci saranno, per noi, benefici. Servirebbe, quella sì, una norma apposita per aiutare i consorzi territoriali del piccolo commercio. Altrimenti il pesce grande mangerà sempre quello piccolo».
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