«Con la patologia della donna era necessario il cesareo»
Il processo per aborto colposo in cooperazione, che vede imputate tre ginecologhe del San Polo per la morte intrauterina della primogenita dei coniugi triestini, residenti a Monfalcone, Pamela Stock e Omar Marsilli, ha segnato chiare distanze. La difesa ha evidenziato la natura della particolare patologia alla quale era affetta la donna, la placenta previa. Come teste è stata sentita l’ostetrica Morena Neri, al Tribunale di Gorizia, davanti al giudice monocratico Marcello Coppari. Ha raccontato i momenti incalzanti di quella sera dell’8 ottobre 2014, quando la coppia s’era presentata al reparto di Ostetricia e Ginecologia, poiché la donna aveva accusato delle perdite, già scaduto il termine della gravidanza. Guidata dalle domande del pm Mary Mete, ha spiegato che il medico di guardia l’aveva sottoposta alla visita di primo accesso. Nel momento in cui aveva appoggiato la sonda sul grembo della gestante, aveva affermato: «Non sento il battito, prepariamo subito il parto cesareo. È stato velocissimo. Abbiamo inciso subito. La bambina è stata consegnata alla pediatra che l’ha portata nell’isola neonatale per eseguire la rianimazione». L’ostetrica ha verificato lo stato della placenta: «C’era un’inserzione nel funicolo e un vaso sanguigno strappato», ha spiegato. «La placenta è stata poi inviata all’Anatomia patologica per essere analizzata», ha aggiunto. La teste ha quindi affermato di non aver mai preso visione della cartella clinica personale della donna, che riportava i controlli alla quale era stata sottoposta durante la gestazione.
La difesa non ha dato tregua. L’avvocato Cattarini, che rappresenta le tre ginecologhe imputate, ha sottolineato la necessità di andare a ritroso della gravidanza, considerato che «l’imputazione è chiara». Durante il controinterrogatorio ha insistito con le domande. Fino a chiedere: «L’accertata patologia del feto, in ordine alla placenta previa, l’ha vista altre volte?». La teste ha risposto: «Con la placenta previa non si partorisce, va programmato un intervento cesareo». Le ha chiesto se avesse avuto la sensazione quella sera che si trattasse di una situazione grave. L’ostetrica ha affermato che, pur non presente alla telefonata del marito circa le perdite della donna raccolta da una collega, non aveva percepito l’urgenza.
È poi toccato a Roberta Giornelli, coordinatrice della Struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia degli ospedali di Monfalcone e Gorizia. Di fronte alle domande del pubblico ministero, ha dichiarato che quella tragica sera non era presente in reparto. E l’avvocato Cattarini ha obiettato: «Ascoltiamo un teste che quella sera non era presente in reparto? Che non sa nulla del caso per cui è stato instaurato il processo?», chiedendo che la teste venisse congedata. Altre obiezioni ancora, con il pm a far presente di poter portare a termine la formulazione delle domande. —
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