Coronavirus, record di 116 nuovi casi in Croazia e la Serbia torna ai livelli della prima ondata

BELGRADO Ancora record negativi battuti giorno dopo giorno e Paese dopo Paese – a eccezione della Slovenia - in un’emergenza sempre più marcata. Emergenza coronavirus la cui soluzione sembra ancora lontana, nei vicini Balcani, come confemano i dati ufficiali.
Non fanno sperare troppo bene quelli resi pubblici ieri in Croazia, nazione che, dopo la prima ondata di marzo e aprile, sembrava esser riuscita a eradicare il virus già a fine maggio, registrando per settimane zero o pochissimi nuovi contagi. Poi, dal 18 giugno, la ripresa, dapprima moderata e poi sempre più forte fino al picco di ieri, quando le autorità hanno rilevato 116 nuovi contagi nelle ultime 24 ore, il valore più elevato dall’inizio dell’epidemia. A destare allarme, oltre ai contagi, è però il dato degli attualmente positivi, balzati esponenzialmente a 1.038 dai 13 di solo un mese fa. Sono a oggi 104 i pazienti in ospedale. Confortante però il dato delle persone in terapia intensiva - solo 4 - e quello dei decessi (+2, a 117 totali). Si tratta di numeri che, oltre a spingere le autorità a fare appello all’uso di mascherine e al rispetto del distanziamento, non inducono Zagabria a prendere per ora misure drastiche. Ieri l’unità di crisi nazionale ha tuttavia ordinato che gli organizzatori di riunioni con più di 100 persone debbano annunciare l’evento con 48 ore di anticipo e conservare un elenco dei partecipanti. Restano in cantiere l’obbligo di mascherina al chiuso, in negozi e locali, e criteri più stringenti per l’ingresso nel Paese dalle nazioni confinanti più a rischio. Ieri il premier Andrej Plenković e quello sloveno Janez Janša hanno concordato di sentirsi ogni giorno per scambiare informazioni sul quadro epidemiologico, con Janša che ha specificato che sia Zagabria sia Lubiana non ritengono il settore turistico un rischio per il diffondersi del contagio; mentre Plenković ha voluto sottolineare che sulla costa i casi attivi rimangono pochi, come confermano i dati sul portale governativo koronavirus.hr.
La diffusione invece continua in Serbia, dove ieri è stato nuovamente battuto il record di decessi giornalieri (18, per un totale di 370) e il numero dei nuovi positivi è schizzato a 386, ai livelli della prima ondata di primavera. Sono 3.639 gli attualmente positivi, anche qui una cifra vicina al picco di 3.900 del 4 aprile scorso. E 130 sono i pazienti attaccati a un respiratore, in particolare a Belgrado, che assieme a Novi Pazar e Sabac condivide l’emergenza più grave, secondo le autorità. Numeri che hanno spinto la premier serba Ana Brnabić a fare un appello alla popolazione a rispettare distanze di sicurezza e a usare le mascherine, invitando anche gli “indignados” anti-governativi a non scendere in piazza a Belgrado e in altre città serbe. Invito non accolto, con migliaia di personenuovamente in strada ieri sera in tutta la Serbia.
In Bosnia-Erzegovina si è registrato il maggiore aumento di sempre di nuovi positivi (+310 nelle ultime 24 ore), 216 i deceduti (+2). Record di contagi giornalieri anche in Macedonia del Nord (205 positivi su 1.728 tamponi, il 12%), dove si sono registrati sei decessi (totale 367). Costante l’aumento dei casi in Albania (+90, 2 morti) e in Montenegro (+58 ieri, un nuovo decesso). In Romania, precisa l’ambasciata romena in Italia, al 10 luglio sono stati confermati 31.381 casi positivi di Covid-19, di cui 21.129 sono già guariti. Unica eccezione positiva per ora sembra la vicina Slovenia: ieri i nuovi positivi sono stati 17. A Lubiana intanto la Camera di Stato ha dato ok al nuovo pacchetto di provvedimenti legislativi per affrontare un’eventuale seconda ondata in autunno. Spiccano quelli a sostegno di economia e occupazione, ma è strada giuridica spianata pure all’introduzione di una app per il tracciamento dei contagi. Che, fra le critiche delle opposizioni, dovrebbe essere obbligatoria per persone contagiate o in quarantena. —
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