Morta Danica, dagli orrori in Bosnia a clochard che non voleva un aiuto
Passava le giornate con le sue poche cose soprattutto in Ponterosso. Majkic, serba di 69 anni, si è spenta in ospedale

Non si contano gli aiuti e i soccorsi che le associazioni umanitarie, la Caritas, il Comune oppure semplici passanti, avevano tentato di proporle. Ma lei, gli aiuti, li rifiutava sempre. E chi si avvicinava, alla fine, poteva limitarsi a porgerle una coperta, del cibo, dell’acqua o un the caldo. Preferiva la strada, la signora Danica Majkic. Così si chiamava la clochard che negli ultimi anni viveva nella zona di Ponterosso. Danica, serba nata in Bosnia, a Višegrad nel 1957, è morta la notte dello scorso 9 gennaio in un letto di ospedale. Stava male e aveva anche una brutta infezione alla gamba.
Una delle ultime chiamate di emergenza, forse proprio quella che potrebbe aver innescato il suo ricovero, risale alle 21.40 del 5 gennaio. Era una di quelle sere gelate, con temperature vicine allo zero. Aveva nevicato quei giorni. Danica era per terra, in piazza Sant’Antonio, accanto al muro del palazzo della Banca 360, a una decina di metri dall’incrocio con via Filzi.
Era avvolta da coperte, con accanto un bicchiere e i resti di un pasto. Faceva un freddo tremendo quella sera. Le strade erano ghiacciate. Un passante in bici, notando la sagoma per terra, si era fermato e aveva chiamato il 112: il movimento lento delle coperte faceva capire che la signora respirava. Ma non si muoveva e non rispondeva alle sollecitazioni. Forse semplicemente dormiva. Ma al gelo.
Nel frattempo il passante aveva chiesto aiuto al bar accanto, gestito da personale di origini cinesi. I camerieri avevano preso dal magazzino altre tre grandi coperte di pile, azzurre con il bordo bianco. Il passante le aveva appoggiate sopra alle altre. Una signora in macchina, una cinquantenne, vedendo la scena, aveva accostato l’auto per prendere dal bagagliaio un telo con la superficie metallica, quelli che si usano nelle situazioni di emergenza. Danica è stata ricoverata a Cattinara. È deceduta nel giro di pochi giorni.
Non si sa tanto della sua vita. Si sa che ha sofferto. E molto. Aveva vissuto l’orrore della guerra nei Balcani negli anni Novanta. A Višegrad era stata violentata dai miliziani. Aveva due figli, uccisi entrambi.
Era arrivata a Trieste una ventina di anni fa. Aveva la cittadinanza italiana perché si era sposata con un milanese, di cui si sono perse le tracce. Negli anni è scivolata nel disagio mentale. Anche il Csm di via Gambini aveva cercato di intervenire.
Nel primo periodo la signora era solita aggirarsi e dormire nella zona di via dei Leo o davanti al distretto sanitario di via Pascoli o nei pressi dell’androne poco prima dell’incrocio con via Conti, dove ci sono le grate dell’aria calda. All’epoca aveva accettato di trascorrere le notti nel dormitorio di via Udine. Poi basta.
Preferiva dormire in una casa vuota in via Canova o in villa Engelmann. Poi si era spostata nell’area di via Giulia e di via Marconi. In questi anni stazionava in borgo Teresiano e in Ponterosso. Camminava, rovistava nella spazzatura e di notte cercava riparo accanto ai portoni della case. Oppure nello spazietto del distributore automatico di bibite in via Roma. Per lei si erano attivate la Caritas (che aveva provato ad accoglierla al Teresiano), il Comune, la Comunità di San Martino al Campo, la Comunità serbo ortodossa e tutte le altre realtà che si occupano delle persone che vivono ai margini.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








