Ennesima barca finisce in secca, è allarme fondali

L’imprenditore nautico Bigot: «I costosi dragaggi non possono bastare. Serve proteggere i bordi dei canali di accesso» 

Antonio Boemo / GRADO

Nautica a secco. Una stagione già difficile incappa nei dossi di sabbia e fango che di anno in anno si formano lungo i canali. E le barche che finiscono in secca non mancano certamente. C’è perfino difficoltà a raggiungere i casoni con la batela a fondo piatto (lungo i piccoli canali interni della laguna), altrettanto capita lungo la Litoranea Veneta, il principale e fondamentale accesso a Grado. Come è accaduto anche ieri mattina, i tranelli sabbiosi o melmosi non mancano certamente. Anche se nello specifico di ieri la colpa è dei diportisti che si sono trovati al di fuori del canale navigabile, al di là delle briccole verdi. I due diportisti a bordo di una barca di meno di 10 metri battente bandiera slovena, si sono trovati in secca proprio dinnanzi a Porto San Vito. Pur se gli uomini di Circomare, considerato che le persone non avevano alcun problema così come lo scafo non aveva danni, si sono limitati a vigilare, salita dopo qualche ora la marea, lo scafo è tornato regolarmente a galleggiare e i diportisti hanno proseguito il loro viaggio.

Il problema dei fanghi lo si riscontra in particolar modo in tre precisi punti: quello di fronte a Porto San Vito, quello lungo il tratto che porta a Barbana e l’altro dinnanzi a Porto Primero. A sottolineare in maniera particolare la problematica che peraltro non è solamente gradese ma interessa anche Marano Lagunare, Lignano e in parte Monfalcone, è Andrea Bigot presidente di Marina Azzurra di Porto San Vito nonché amministratore per tutta l’area di Grado della rete d’imprese Fvg dei Marina. «In certi tratti – afferma Bigot – quando c’è la bassa marea, come ad esempio a Porto Primero, ci si va addirittura camminando». Ma problemi si riscontrano anche per altre marine gradesi. E pensare che Grado è considerato tuttora come uno dei pochi porti rifugio. Qui si venivano a riparare tutti, qualcuno lungo il canale di San Piero, la maggior parte entrava invece in porto. C’erano anche le grandi motonavi che riuscivano a entrare in porto. I servizi di linea per Trieste (Ambriabella e Dionea per ricordare le ultime) avevano l’approdo proprio al centro del mandracchio. Oggi è un sogno tanto che anche gli yacht di una certa dimensione hanno rinunciato ormai da anni ad arrivare nell’isola. Su tutto, come evidenzia ancora Bigot, c’è un problema di fondo: ogni anno la Regione spende svariati milioni di euro per i dragaggi e non si può certamente andare avanti così. Sarebbe necessario una volta per tutto decidere e procedere a realizzare delle infrastrutture (barriere, scogliere sui bordi dei canali di accesso) che possano eliminare la necessità dei dragaggi. Che, tra l’altro, non sono nemmeno tanto facili e celeri da fare considerate le numerose prescrizioni, obblighi e vincoli imposti dalle diverse leggi. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo