FASCISMO: LA LEZIONE DI FINI
Sono molto importanti le parole che il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha rivolto ieri ai giovani del suo partito, condannando in modo netto i pronunciamenti del ministro della Difesa La Russa e del sindaco di Roma Alemanno. Fini ha affermato in modo limpido i fondamenti costitutivi di ogni discorso nazionale comune. Chi è democratico - ha detto con chiarezza - è «a pieno titolo antifascista». E non si può confondere chi combatteva dalla parte giusta, cioè dalla parte della libertà, con chi combatteva dalla parte sbagliata. Non possiamo ignorare o falsificare la storia, ha aggiunto: la Repubblica sociale italiana combatteva dalla parte sbagliata, e anche il giudizio complessivo sul fascismo deve essere nettamente negativo. Non solo per le leggi razziali, ma anche per la soppressione della libertà - il valore più alto - e per l'ingresso in guerra, «una catastrofe che i nostri padri non hanno dimenticato».
I principi della Costituzione, ha detto inoltre Fini, sono eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, ed è doveroso ribadire che la Destra vi si riconosce: in Italia non è stato agevole - ha concluso - «perché non c'è stata una Destra in grado di dire che ci riconosciamo in pieno nei valori antifascisti». Fini, insomma, non si è limitato a riconoscere l'importanza dell'antifascismo come opposizione del passato a una dittatura del passato. Ha voluto affermare «senza ambiguità e reticenze» che i suoi valori sono la base essenziale per il consolidamento di una nazione moderna e giusta. La nazione voluta dalla Costituzione. E' giusto ribadirlo: sono affermazioni impegnative ed essenziali, ben al di là degli episodi che le hanno provocate.
Da questo punto di vista, è grave che nei giorni scorsi il capo del governo non abbia sentito il dovere di dissociarsi da quel che ha detto un suo ministro in una solenne celebrazione ufficiale. Forse non ha trovato il tempo: lo ha trovato però per tessere l'elogio di Italo Balbo e del colonialismo fascista. Non vi sono state grandissime proteste, e non c'è da stupirsene in un Paese che considera normale scegliere come giudice in un concorso di bellezza Erich Priebke, il responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine: 335 persone uccise una dopo l'altra con un colpo alla nuca.
Per un'altra ragione però le parole di Fini sono salutari: i giudizi comuni sulla propria storia sono la premessa necessaria - come ha detto - per costruire il futuro. Più ancora, e questo è il punto decisivo: per essere una nazione. Quindici anni fa, di fronte al primo affermarsi della Lega, uno studioso autorevole come Gian Enrico Rusconi si è interrogato a fondo sull'indebolirsi di un comune sentire nazionale. Se cessiamo di essere una nazione, si intitolava quel libro, e Rusconi ha ripreso quei temi - e quel rovello - sulla "Stampa" di ieri. Rusconi ha ragione: è difficile essere nazione se i cittadini si sentono sempre più distanti dallo Stato e se questa distanza è aumentata di continuo dal cattivo funzionamento delle istituzioni, dalla corruzione diffusa, dall'arroganza dei partiti. È difficile essere nazione se gli interessi collettivi non prevalgono su quelli individuali. Il giudizio sul passato, insomma, è solo parte - e parte fondamentale - di un riconoscersi cittadini scandito ogni giorno dalla condivisione di regole e principi comuni. La nazione, scriveva molto tempo fa Ernest Renan, è un plebiscito che si rinnova ogni giorno. Diciamoci la verità, da anni questo in Italia non avviene: le radici più profonde della nostra crisi stanno proprio qui.
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