Gli ex nemici degli anni Novanta uniti per ritrovare i 12 mila dispersi

BELGRADO I potenti della regione, spesso e volentieri, si guardano in cagnesco e sfruttano cinicamente antichi odi per ragioni elettorali. Ma anche nei Balcani, seppur non troppo di frequente, ci sono momenti di responsabilità. E di “alta politica”. Momenti come quello della firma di uno storico accordo tra Serbia, Montenegro, Croazia, Bosnia e Kosovo, ex nemici che all’Aja hanno siglato un’intesa per mettere la parola fine alla piaga dei “desaparecidos”, le migliaia di vittime del conflitto degli anni Novanta ancora disperse e i cui resti non sono ancora stati riconsegnati alle famiglie.
Le cose dovrebbero cambiare, nel prossimo futuro, con questo accordo che spiana la strada alla risoluzione del problema, pensato per rafforzare la cooperazione nella ricerca degli scomparsi dando luce verde allo scambio di informazioni e permettendo che esperti di altre nazioni siano presenti nelle procedure di scavo di fosse comuni e dei riconoscimenti, con l’assistenza della Commissione internazionale per le persone scomparse (Icmp). Problema che rimane serissimo, ha ricordato la stessa Icmp. Negli ultimi due decenni, infatti, i Paesi balcanici sono stati in grado di ritrovare – riconsegnando i resti alle famiglie - «più del 70% dei 40 mila dispersi dai conflitti nell’ex Jugoslavia».
Si tratta di un «risultato notevole», ha riconosciuto l’Icmp, ma ci sono ancora «12 mila dispersi»: almeno 7 mila in Bosnia, 1.600 in Croazia, circa 1.800 in Kosovo. E 4.000 sono i «no name», corpi non identificati dispersi negli obitori della regione, ancora non riconosciuti. Un migliore scambio di informazioni tra le capitali balcaniche potrebbe farne scendere il numero. E dare consolazione, «un quarto di secolo dopo, a 12 mila famiglie che non hanno ricevuto ristoro», ha spiegato Amor Masović, il numero uno dell’Istituto bosniaco per le persone scomparse.
Lo stesso vale per il Kosovo, ma «la triste eredità» dei desaparecidos «è comune a tutti i nostri Paesi», ha ammesso il rappresentante di Pristina, Jahja Lluka. E Belgrado non si è tirata indietro: è «estremamente importante unire le forze», ha confermato il presidente della Commissione serba, Veljko Odalović.
Tutte parole che dovranno ora tramutarsi in fatti e portare a rapidi risultati. Ma la strategia è «realistica», ha assicurato la direttrice dell’Icmp, Kathryne Bomberger, che ha ricordato che la ricerca dei desaparecidos nei Balcani deve per forza essere “transfrontaliera”. Dato che spesso accade che una fossa comune sia in un Paese, le famiglie in un altro, i documenti per far luce sulle vittime in un terzo. A dare una mano, anche in futuro, sarà proprio l’Icmp: la commissione internazionale, che dal 1996 opera nei Balcani ha promesso assistenza tecnica, esami del Dna e altri strumenti avanzatissimi, sostegno agli scavi e alle famiglie. Che da oggi hanno qualche ragione in più per avere fiducia nel futuro. E nei propri governi.
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