Il calvario degli ebrei negli archivi inglesi
La storia ricostruita dal «Piccolo» sulla base di documenti finora top secret
Settembre 1943. Roma abbandonata dalle autorità italiane è occupata dai nazisti. Si prepara la retata degli ebrei romani, di cui oggi cade il 64.o anniversario. Come abbiamo ricordato nell'edizione di ieri, un frenetico rapporto di cablogrammi transita tra la capitale, abbandonata dalle autorità italiane (re e Badoglio sono a Brindisi, Mussolini e il suo governo si insedieranno a Salò) e Berlino. Gli inglesi intercettano, decifrano, traducono. Rileggere oggi quei testi dà il senso della storia rivissuta in diretta.
Nella lunga notte di Roma, quello dei rapporti tra autorità naziste e Vaticano fu un capitolo contrassegnato da reciproco sospetto, ma anche dal timore di usare le armi disponibili contro l'altra parte. Il Vaticano sapeva delle stragi degli ebrei nei territori occupati, i nazisti sapevano che il Vaticano aiutava i perseguitati ovunque fosse possibile. I piani militari di Hitler prevedevano anche l'occupazione della Santa Sede, e il Papa Pio XII sapeva che un forte monito contro l'antisemitismo era l'arma più potente in suo possesso, ma probabilmente anche quella capace di scatenare una persecuzione contro il clero. I diplomatici delle due parti, il Segretario di Stato Luigi Maglione con il suo più stretto collaboratore, Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, e l'ambasciatore Ernst von äcker, per mesi si confrontarono tra allusioni e velate minacce, cercando sempre di evitare che la situazione precipitasse in modo incontrollabile.
Intanto le spie spiavano. Il 24 settembre 1943 parte un telegramma segretissimo da Roma a Berlino, firmato da Kappler. «Il 28 settembre prossimo il corpo diplomatico di Madrid partirà in treno per la Spagna. Il Vaticano ha venduto una serie di visti spagnoli, argentini, portoghesi e messicani ad alcuni ebrei che intendono espatriare illegalmente a bordo di questo treno. Stiamo cercando di accertare l'identità dei suddetti giudei». È il primo segnale del monitoraggio nazista nei confronti dell'attività clandestina vaticana dopo l'occupazione di Roma, il 9 e 10 settembre. Pochi giorni dopo scattò la retata nei confronti degli ebrei romani. Il Papa cercò di mettere in moto tutti quelli che avevano dei canali con autorità naziste. Tra questi vi fu il vescovo Alois Hudal, rettore del Collegio tedesco di Roma, considerato molto vicino alle posizioni naziste (nel dopoguerra lavorò a mettere in salvo in Sud America quanti più capi tedeschi possibile). Hudal scrisse subito una lettera al comandante tedesco della piazza di Roma, il generale Rainer Stahel.
Lo stesso 16 settembre, alle 22.30, un collaboratore di von Weizsäcker, Gumper, trasmise il contenuto della lettera a Berlino con un telegramma urgentissimo. «Il vescovo Hudal, rettore della Chiesa cattolica germanica in Roma, ha scritto poco fa una lettera al comandante della città, Stahel, nella quale tra l'altro afferma: ”Ho il dovere di metterla al corrente di un caso molto urgente. Mi ha appena comunicato un'alta fonte vaticana, vicina al Santo Padre, che stamane si è dato inizio agli arresti degli ebrei di cittadinanza italiana. Nell'interesse dei buoni rapporti finora intercorsi tra lo Stato vaticano e il comando militare tedesco - che è da attribuire in primo luogo all'ampia visione politica e alla bontà d'animo di Vostra eccellenza, che in futuro rimarrà negli annali della storia di Roma - io la prego vivamente di ordinare che questi arresti siano immediatamente sospesi in Roma e dintorni. In caso contrario, temo che il Papa prenderà pubblicamente posizione, un evento che potrebbe diventare un'arma nelle mani di chi promuove la propaganda contro noi tedeschi”».
La mattina dopo fu lo stesso ambasciatore von Weizsäcker a telegrafare al ministero. «Confermo che si è verificata la reazione del Vaticano a proposito della deportazione degli ebrei da Roma. La Curia è particolarmente colpita che la vicenda si sia svolta, per così dire, sotto le finestre del Papa. La reazione sarebbe forse stata più mite se gli ebrei fossero stati destinati al lavoro coatto in Italia. In Roma, gli ambienti a noi nemici utilizzano il caso per smuovere il Vaticano dalla sua riservatezza. Si mormora che i vescovi di alcune città francesi, dove è avvenuto un caso simile, abbiano preso una posizione molto chiara in proposito. In qualità di capo della Chiesa cattolica e come vescovo di Roma, il Papa non potrebbe comportarsi diversamente da costoro. L'attuale Papa è messo a raffronto con Pio XI, un uomo pieno di temperamento. Parallelamente, all'estero, la propaganda nemica fa leva su questi avvenimenti per creare malumori tra la Curia e noi». Fu l'ultimo tentativo dell'ambasciatore per evitare agli arrestati la deportazione nei campi di sterminio.
In quel momento gli ebrei erano ancora detenuti a Roma, e l'idea del lavoro coatto era stata avanzata nei giorni precedenti la retata da molti, da Kesserling allo stesso Kappler, invano. Era anche una maniera per elencare i pesanti danni politici che l'operazione rischiava di avere. Il 26 ottobre un telegramma segretissimo di cui non ci è pervenuta la firma ritornò sull'argomento della situazione a Roma. «Sembra che, per un lungo periodo, il Vaticano abbia aiutato a fuggire molti ebrei. Cresce il timore che si verifichino nuove azioni per la deportazione di operai e di manodopera. I comunisti intendono prendere misure per l'autodifesa dei lavoratori, una strategia che è già stata messa in atto dall'intelligence del nemico. La nostra propaganda risulta inadeguata. riteniamo quindi urgente che gli italiani filotedeschi promuovano una campagna informativa nei confronti della popolazione». Infine, due giorni dopo un altro telegramma dell'ambasciatore presso la Santa Sede.
Oggetto: il Vaticano e la questione ebraica romana. «Il Papa non si è lasciato convincere a rilasciare alcuna dichiarazione pubblica contro la deportazione degli ebrei da Roma, sebbene - a quanto sembra - abbia subìto pressioni da più parti. Dal momento che, qui in Roma, non si verificheranno ulteriori azioni tedesche contro i giudei, possiamo essere certi che questa spiacevole questione nei rapporti tra la Santa Sede e la Germania appartiene ormai al passato».
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