Il Cie tornerà a ospitare oltre duecento stranieri

ISONZO. Dopo un anno in cui è stato poco più che un presidio (oggi appena 24 presenze su 248 posti) il Cie di Gradisca rientrerà a regime. Se repentinamente o progressivamente, sarà il Viminale a deciderlo. É emerso nel corso del pluri-invocato sopralluogo degli organi di informazione alla struttura per migranti isontina. Dopo un black-out informativo durato quasi 4 anni, infatti, ieri grazie alla campagna LasciateCientrare le porte dell’ex Polonio si sono spalancate. «Questo posto non è degno di un Paese civile», «Liberateci», «Siamo trattati come cani per un documento scaduto», le grida con cui hanno accolto i visitatori e cercato di scavalcare idealmente il dedalo di sbarre e protezioni in plexiglass.
Gli “ospiti” sono costretti a dormire in una stanza in 8 (e fino a poco tempo fa senza materassi per il timore venissero incendiati) e a vedere il sole solo due volte al giorno da una “gabbia” di 25 metri quadrati, perchè già l’accesso al campetto da calcio è ritenuto pericoloso per eventuali evasioni. La calma è apparente anche per l’annus horribilis vissuto dal Cie sotto il profilo gestionale, fatto di indagini della Procura su presunti falsi nelle fatturazioni e di sentenze del Tar che costringono la Prefettura a prorogare di 10 in 10 giorni l’appalto alla cooperativa siciliana Connecting People. In mezzo anche due casi di patologie sospette: una di Tbc e una di scabbia, ma dall’infermeria assicurano: «Le persone sono in isolamento soltanto a titolo precauzionale, le analisi hanno già dato esito rassicurante”.
I sindacati di polizia sono pessimisti: con appena 8 uomini a turno il Cie a regime tornerà ad essere un inferno. La ristrutturazione delle due sezioni messe a ferro e fuoco dai migranti fra il 2007 e il febbraio dello scorso anno sono pressoché ultimate (la zona blu da ben 136 posti) o comunque in dirittura d’arrivo (altri 44). Giusto in tempo per fare fronte alle nuove ondate di sbarchi estivi sulle coste siciliane. Il Cie tornerà presto ad essere quella macchina da espulsioni (1.500 dal 2006 ad oggi) voluta da governi di centrosinistra – che queste strutture le ha istituite – e centrodestra, che i Cpt li ha trasformati in quello che sono oggi. Nè carne, nè pesce. Così Juri, malinconico operaio ucraino 49enne appena arrivato al Cie e ancora stranito dal ritrovarsi dietro le sbarre, si chiede a che serva Schengen e divide la cella con i marocchini Muhammed, ex spacciatore, e Afidh, pasticcere a Palermo fino a un mese fa. E ancora Fathi, 32enne libico che affida le proprie speranze alla richiesta di asilo politico, torna dietro le sbarre come un delinquente: «In Libia mi hanno ammazzato tutta la famiglia, tornare là mi fa male». Ma quanto è costato sino ad oggi il Cie? Oltre il centinaio di milioni di euro: 17 per realizzarlo, 90 per sei anni di gestione, 2 milioni per le ristrutturazioni, attorno a un milione per i rimpatri.
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