Il Covid danneggia anche i feti: da Londra a Trieste arriva la conferma
Uno studio recente firmato dal King’s College, dall’Icgeb
e dalle Università giuliana e di Edimburgo

La positività al Sars-CoV-2, in donne incinte e sintomatiche, può danneggiare i feti, provocando emorragie cerebrali e danni al tessuto in via di sviluppo. E’ quanto risulta da uno studio pubblicato di recente sulla rivista Brain e firmato da un team di ricerca internazionale composto da scienziati del King’s College di Londra, dell’Icgeb e dell’Università di Trieste e dell’Università di Edimburgo.
La ricerca ha dimostrato come le emorragie siano legate a una riduzione dell’integrità dei vasi sanguigni. La loro causa però non è ancora chiara: potrebbero essere una conseguenza diretta dell’azione del virus o una conseguenza indiretta della risposta immunitaria materna. Lo studio, che ha come primo autore Marco Massimo del King’s College, suggerisce che il Covid potrebbe influenzare lo sviluppo del cervello del feto durante le prime fasi della gestazione ed evidenzia la necessità di effettuare ulteriori ricerche sul potenziale impatto sul successivo sviluppo neurologico. Conferma inoltre la raccomandazione per le donne incinte di sottoporsi a vaccinazione anti-Covid.
Gli scienziati, tra cui Mauro Giacca (King’s College, Icgeb e UniTs), Chiara Collesi (UniTs e Icgeb) e Lorena Zentilin (Icgeb), hanno analizzato 661 campioni di tessuto provenienti da feti abortiti, raccolti nel Regno Unito tra luglio 2020 e aprile 2022. Hanno osservato emorragie cerebrali in 26 di questi: un numero fuori norma, evidenzia Collesi, perché solitamente il cervello dei feti dal punto di vista dell’integrità vascolare è protetto e le emorragie sono estremamente rare. Il virus del Covid-19 era presente in tutti i campioni emorragici e in molti di essi anche la placenta e il cordone ombelicale presentavano tracce virali. La maggior parte dei campioni emorragici proveniva da un tessuto fetale donato tra la fine del primo e l'inizio del secondo trimestre di gestazione.
Si tratta di un periodo particolarmente importante per lo sviluppo del cervello umano: è la fase in cui si forma la barriera ematoencefalica, che lo protegge dagli agenti patogeni esterni. «L’emorragia riscontrata proprio in questa finestra temporale conferma come il Covid vada a impattare sulla formazione dell’endotelio cerebrale: in questa fase della gestazione infatti le giunzioni strette tra le cellule endoteliali dei vasi sanguigni aumentano per formare la barriera ematoencefalica - spiega Collesi -: un’alterata integrità dell’endotelio è una delle caratteristiche che avevamo notato anche analizzando reperti autoptici di pazienti deceduti per infezione acuta da Covid».
Già dalla letteratura precedente si sa che una grave infezione virale materna può danneggiare il cervello del feto, ma questo studio è il primo a suggerire come ciò possa verificarsi in donne affette da Covid: la vaccinazione evita complicazioni sia per la madre sia per il bambino. I ricercatori triestini hanno giocato un ruolo importante nello studio, mettendo a punto una procedura rigorosa per l’individuazione di Rna e proteine del Sars-CoV-2 in campioni autoptici.
Esperienza sfruttata in questo studio, partito dal centro di Neurobiologia dello sviluppo del King’s College e da Katerine Long, principal investigator. Si tratta dell’ennesima ricerca che dimostra l’importanza di poter disporre di campioni da tessuti umani per portare avanti indagini, di tipo istopatologico e molecolare, fondamentali per la comprensione dei meccanismi alla base delle malattie.
«La ricerca è sempre più traslazionale, con una collaborazione sempre più stretta tra clinici e ricercatori. Non soltanto per l’analisi di campioni da tessuti di pazienti deceduti, ma anche quando si tratta, per esempio, della possibilità di correggere difetti genetici: oggi è possibile a partire da una biopsia correggere in laboratorio le cellule che hanno una mutazione a carico del genoma, espanderle in vitro e reimpiantarle, corrette, nel paziente. Una rivoluzione che porterà a risultati sempre più importanti nel trattamento d’avanguardia di molte patologie», conclude Collesi.
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