Il futuro spaventa il Nordest: un lavoratore su 5 teme di diventare più povero

TRIESTE. Dodici anni fa, nel 2008, le economie internazionali furono squassate da una profonda crisi generata dal fallimento della Lehman Brothers. Da quel fatidico settembre i sistemi produttivi si erano risollevati, seppure quella italiana con notevoli difficoltà, complici le molte arretratezze su diversi versanti: da quello burocratico, al legislativo, dalla carenza di infrastrutture materiali e immateriali, alle condizioni fiscali, fino a un debito pubblico che pesa come un macigno.
Il 2019 non aveva dato buoni segnali per la crescita, a causa anche di un contesto internazionale segnato dalla guerra commerciali degli Usa con la Cina, che stava condizionando pesantemente il commercio mondiale. Il secondo decennio parte condizionato dalla nuova crisi, questa volta ancor più globale e pesante, del coronavirus. Le previsioni attuali prevedono una crescita globale collocata a -3% circa, quello italiano attorno a -11%, per il Nordest si prefigura un -5%: una decrescita doppia rispetto a quella del 2009.
In queste settimane gli imprenditori lamentano che il prolungare la Cig e l’impossibilità di diminuire il personale precluderebbe la possibilità di agganciare la ripresa. Per converso, i sindacati temono un incremento della disoccupazione non appena i provvedimenti governativi termineranno la loro efficacia nel proteggere i posti di lavoro. Community Research&Analysis, per Federmeccanica, ha sondato l’umore dei lavoratori su questi versanti.
L’opinione appare venata da un diffuso pessimismo e non lascia margini a interpretazioni o differenziazioni all’interno dell’universo indagato. Per quasi i nove decimi (84,7%) l’attuale crisi sarà per l’economia italiana ben più grave rispetto a quella del 2008 e per il 7,8% lo sarà nella stessa misura. Qualcosa meglio stimano potrà andare per l’impresa in cui lavorano e per i risparmi della propria famiglia. Nel primo caso (impresa) per il 77,1% avrà un impatto più pesante o per l’11,9% lo sarà almeno di identica dimensione. Nel secondo caso (famiglia) graverà in misura maggiore per il 78,1% rispetto al 2008 o al più avrà la stessa intensità (10,4%).
Non c’è dubbio, quindi, che la grande maggioranza dei lavoratori si attenda un effetto ben più pesante di quanto patito nel decennio precedente. Tant’è che, cercando di realizzare una previsione sulla durata dell’attuale crisi, la maggioranza fra loro immagina che le difficoltà non termineranno prima di 1 anno e mezzo (42,8%). E un altro quarto (27,4) spinge ancora più in là nel tempo l’orizzonte finale, prevedendo il termine oltre il 2021. Solo un gruppo minoritario (23,4%) attende che si possa tornare a una normalità entro fine 2020, mentre praticamente nessuno scorge già ora segnali di ripresa (3,3%).
Ma quel è la situazione economica in cui versano i lavoratori del Nordest e le loro famiglie? Com’è mutata rispetto a 5 anni fa e cosa prevedono per il futuro prossimo? Due terzi degli occupati (64,0%) evidenziano come la propria condizione sia rimasta sostanzialmente inalterata. Invece, il 14,1% ha conosciuto un’erosione peggiorandola e, per converso, il 21,9% dichiara di averla migliorata. Dunque, il saldo di opinione finale vede – rispetto a 5 anni fa – una leggera prevalenza di quanti hanno visto migliorare le condizioni generali della propria famiglia (+7,4), in misura analoga a quanto si registra sul piano nazionale (+7,4).
Tuttavia, gli interpellati prevedono per il prossimo lustro, a partire dall’attuale situazione, un parziale peggioramento. Il novero di quanti attendono una stabilità di situazione si riduce molto (57,4%), pur rimanendo maggioritario. Con la conseguenza che si registra, ancor più che a livello nazionale, un peggioramento delle condizioni: da un lato, aumenta chi prevede un peggioramento (21,9%) e, dall’altro, rimane stabile la quota di chi attende un progresso (22,1%). Così, la differenza fra chi immagina un upgrade e chi attende un downgrade si assottiglia portando il saldo vicino al pareggio (+0,2), mentre in Italia sale a +4,1. Quindi, i lavoratori nordestini temono, più degli altri, un’erosione delle proprie posizioni.
Così, in prospettiva, l’allarme maggiore arriva dalla disoccupazione (26,3%). Allarme che aumenta, comprensibilmente, fra i più giovani (30,1%, 18-34 anni) e chi ha un contratto a tempo determinato e flessibile (31,8%). Se a questo aggiungiamo che subito dopo collocano il futuro dei giovani (20,2%) e il costo della vita e l’aumento dei prezzi (17,5%) possiamo ben comprendere come le questioni legate al lavoro risultino centrali nelle preoccupazioni degli occupati.
Il tema di possibili future pandemie e diffusione di virus trova spazio al quarto posto (10,9%), a distanza dai temi precedenti. Le altre priorità come inquinamento, sanità, piuttosto che fenomeni che spesso in passato occupavano l’intero spazio del dibattito pubblico, come criminalità e immigrazione, ricoprono un ruolo residuale (compresi fra il 3 e il 9% circa).
Il tema del lavoro, e soprattutto della sua mancanza, costituisce il timore principale soprattutto fra le generazioni più giovani, ma anche fra i più adulti, i loro genitori. Per i quali il futuro dei figli costituisce un motivo di timore al pari della stessa disoccupazione. Dopo la questione sanitaria, passata l’emergenza (benché non siamo del tutto usciti dai pericoli di una nuova ondata), la questione occupazionale costituisce una priorità assoluta, per evitare una polarizzazione delle condizioni.
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