IL NUOVO SENSO DELLA PATRIA
Lorenzo D'Auria, sottoufficiale dei nostri Servizi militari impegnato in Afghanistan, aggiunge tragicamente il suo nome alla ormai lunga teoria di caduti italiani, nonché di feriti, che ha colpito le Forze della Repubblica impegnate in missioni all'estero. Questo lutto ricorda ancora una volta alla Nazione la rischiosità del contesto internazionale in cui il Paese opera.
E ricorda come tutte le acquisizioni che paiono definitive - sia in termini di benessere sociale che di sicurezza vera e propria - siano sempre revocabili ed a rischio. Ma, soprattutto, che vi sono delle italiane e degli italiani in divisa che si espongono per consentire al Paese di essere, pur nell'ambito delle sue risorse, un player internazionale esistente nel Grande gioco mondiale. Diversamente, la sua stessa sicurezza, sia politico-economica che militare, diverrebbe evanescente. Insomma, la globalizzazione è una partita di Nazioni dove anche le Forze Armate sono strategiche. E questo, a prescindere dalla valutazione fattuale delle singole missioni.
Pertanto, la morte di D'Auria è anche un atto d'accusa nei confronti di un discorso politico, bipartisan, che fatica a elaborare in termini di precisi interessi geostrategici le varie missioni perdendosi nella retorica del solidarismo internazionale. Mentre questo sarebbe l'unico modo, per le Autorità, di dar conto dei caduti. Particolarmente ora che si annuncia come probabile una nuova, ed opinabile, tempesta di fuoco. Ma questa volta contro l'Iran. In altri termini, la politica estera nazionale deve imparare il linguaggio della Realpolitik quando vuole annunciare al Paese i suoi obiettivi. Specie se, configurando l'uso dello strumento militare, espone a rischio vite umane. Pertanto, dire che si agisce per l'export di democrazia è poco.
Infatti, è solo una verità parziale. Difatti, in Iraq, si. In Birmania, invece, no. Quindi, c'è dell'altro: è l'interesse nazionale. L'unico, d'altronde, che da titolo a Governo e Parlamento di impiegare le Forze Armate. Il cui ruolo, in primis, è di tutelare la Nazione. Meglio poi se l'esito è la fine di una tirannia. Purché in un quadro di indirizzo dello strumento militare centrato su precise priorità nazionali. D'altronde, sul terreno d'operazioni è l'Italia, anche nelle cosiddette "missioni umanitarie", ad essere rappresentata. E, soprattutto, difesa nei suoi interessi. Che poi la politica li colga bene o male è altro discorso. Il tricolore sulle bare dei caduti ha esattamente questo significato.
E predente un senso di riscoperta dell'Italia come comunità nazionale. Riconoscerlo è il senso da dare alla memoria dei caduti. Naturalmente, è ovvio che, essendo l'Italia una Repubblica democratica, nella sua definizione di interesse nazionale vada pure ricompresa la diffusione della democrazia medesima. Però all'interno di una cornice di priorità legate ad un approccio alla sicurezza nazionale che ancori il nostro muoverci su di una proiezione strategica compatibile con la geopolitica del Paese. Infatti, come ha ricordato il Ministro degli Esteri, D'Auria ha servito lo Stato (cioè tutti noi) in un'area per esso cruciale. Iran, Afghanistan, Iraq; ma anche i difficile rapporti tra euro e dollaro; come pure la complessa strategia di penetrazione della Cina verso le aree ricche di risorse del pianeta; di più, la dipendenza di Eurolandia dal gas russo: tutto ciò ci ricorda come la chiacchiera della globalizzazione come "fine degli Stati nazionali" sia solo una sciocchezza.
Lo stesso caso Iran/Benetton (dove Theran interferisce per ragioni strategiche con l'economia) evidenzia, al di la dei miti liberisti e del "mercato come legge naturale", che le stesse imprese si possono muovere solo se il contesto strategico lo consente. E questo richiama al ruolo delle Nazioni come ai veri attori della globalizzazione. Difatti creata da elites d'oltreatlantico per favorire l'egemonia economico-politica degli Usa e dell'intero Occidente. E che oggi trova degli sfidanti sia economici che militari. E molto di questa partita si svolge in Eurasia ed in Medioriente dove, difatti, operano molti nostri contingenti.
E questo ci riporta, nel concreto delle sfide internazionali, al concetto di Patria dopo una sua lunga assenza "politica" evidenziata, almeno dopo l'ultima sua grande fiammata con la Resistenza, dalla ritrosia ad affrontarlo nel dibattito pubblico. E che, invece, l'arena mondiale ci obbliga a riattualizzare. I molti nostri caduti (il sottoufficiale D'Auria è l'ultimo) col loro sacrificio ci ricordano che la Patria è Realpolitik per la sopravvivenza del Paese. La loro memoria, allora, richiede che sappiamo evitare di ridurci solo a clan e famiglie. Perché saremmo spazzati via. Non è per la guerra; ma per un ideale di comunità che molti sono caduti. E meritano gratitudine e memoria.
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