Il parere degli esperti sulla strage di api

CORMONS. «Se lo spopolamento degli alveari, problema reale, avviene in inverno è causato dalla varroa; se, invece, avviene in primavera è dovuto a un non corretto uso di fitofarmaci nell’area di...

CORMONS. «Se lo spopolamento degli alveari, problema reale, avviene in inverno è causato dalla varroa; se, invece, avviene in primavera è dovuto a un non corretto uso di fitofarmaci nell’area di bottinamento delle api». A cercare di mettere chiarezza nel bailamme politico scatenatosi in questi giorni sul tema della salvaguardia delle api è Michele Tofful, apicoltore cormonese.

Già candidato consigliere poi non eletto alle scorse Comunali (sosteneva Lucia Toros come candidato sindaco), Tofful cerca di fare una disamina precisa da un punto di vista tecnico. «Come apicoltore, parente di viticoltori e naturalista, mi permetto di fare alcune considerazioni – è l’incipit del suo scritto condiviso da decine di utenti sui social –: lo spopolamento degli alveari è un problema reale, che si è acuito in questi ultimi anni e che ha varie cause, in base al periodo in cui si verifica e alle modalità con cui avviene. In sintesi e semplificando molto, se capita in autunno è probabilmente causato da un parassita delle api, un acaro di nome varroa. Se si verifica in primavera è causato da un non corretto uso di fitofarmaci nell’area di bottinamento delle api. Ciò è già stato dimostrato dalla scienza e il Parlamento europeo ha legiferato in tal senso proponendo il divieto, tra le altre cose, dei neonicotinoidi, usati in agricoltura per proteggere i semi nel terreno durante la semina. È abbastanza intuitivo, se uso un prodotto che serve a uccidere degli insetti dannosi, se questo prodotto va a finire su un fiore anche l’ape che vi bottina muore. In realtà anche i fungicidi e i diserbanti provocano dei problemi alle api, seppur in misura minore». Tofful dice anche come nessuno voglia e possa vietare l’uso di fitofarmaci. «L’agricoltura moderna, anche quella biologica, sarebbe impossibile senza di essi. Anche in apicoltura si usano dei farmaci per curare le api, in particolare per debellare il parassita chiamato Varroa».

Qual è quindi la soluzione per far convivere apicoltura e agricoltura moderna? «Mi limito ad alcuni aspetti. Il primo è che prima di fare dei trattamenti sulle viti, potenzialmente pericolosi per le api e altri impollinatori, è opportuno falciare la vegetazione erbacea che cresce tra le file. Poi è necessario utilizzare fitofarmaci meno pericolosi e meno spesso possibile. La ricerca sta facendo passi da gigante in tale direzione. Infine sarebbe il caso di mantenere siepi segna-confine, boschetti, ciliegi, fossi e piccoli prati tra una vigna e l’altra in modo che le api e gli altri insetti abbiano sempre delle risorse alimentari. In ogni caso la soluzione finale sarà la piantumazione di viti resistenti alle più comuni malattie, come molti ricercatori stanno tentando di fare. Ricordo – conclude Tofful – che il mestiere dell’apicoltore è molto difficile: le api sono degli indicatori ambientali e il loro stato di salute dimostra quanto è in salute un territorio, ovvero se è poco inquinato e se vi è sufficiente biodiversità. Ricordo che la biodiversità si conserva non solo per motivi etici ma anche economici. Ad esempio, è stato dimostrato che la presenza di api vicino a una vigna riduce gli attacchi di botrite prima della vendemmia perché succhiano l’acino rotto prima che venga attaccato dai funghi». (m.f.)

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