L’insulto alla triestina un mix che non tollera solo le approssimazioni
Il volume l’Insultario triestino-italiano di Diego Manna, in edicola abbinato a Il Piccolo, è un viaggio nella lingua popolare di una città che pure nel tono cambia significato

C’è chi lo usa per rabbia, chi per scherzo, chi ne ha fatto una specialità linguistica. A Trieste, l’insulto è molto più di una parolaccia: è un esercizio di fantasia, una forma di ironia, talvolta persino un modo per dichiarare confidenza. E per raccontarlo servono almeno due ingredienti: la conoscenza del dialetto e una buona dose di morbin.
Da qui nasce l’Insultario triestino-italiano di Diego Manna, pubblicato da Editoriale Programma, presentato in un dialogo con Paolo Stanese, il tutto rigorosamente in triestino.
Il sottotitolo non lascia spazio a equivoci: «Insulti, parolacce, imprecazioni, modi di dire poco gentili e vilipendi vari». Ma dietro la raccolta, che attraversa l’alfabeto dalla A alla Z, c’è qualcosa di più di un catalogo di espressioni colorite: c’è il tentativo di mettere ordine in un patrimonio popolare che vive soprattutto nell’uso quotidiano.
«Il mio obiettivo era quello di scrivere un libro che si potesse leggere dall’inizio alla fine, non un vero e proprio dizionario – spiega Manna – c’ho lavorato un anno, scrivendolo dopo aver messo a letto la bimba. Ai triestini piace ridere e con questo libro si ride, si passano dei bei momenti. Credo che ognuno di noi abbia i suoi insulti preferiti e magari con questo libro ne imparerà di nuovi».
Il punto, insomma, non è soltanto riconoscersi nelle parole che si sentono ancora per strada, al mercato o nelle osterie, ma scoprire quelle dimenticate e quelle che, a seconda del tono e della situazione, possono cambiare completamente significato. Perché il triestino, come ogni lingua viva, non si lascia mettere facilmente sotto vetro.
«Il dialetto – spiega l’autore – così come la lingua, è un magma che si muove continuamente, per questo non ho voluto mettere dei paletti linguistici».
E infatti tra le pagine convivono grandi classici come “mona”, “pampel”, “cugno”, “tananai”, “petesson”, “boba”, “nagana” e “marántiga”, insieme a modi di dire, filastrocche, ripetizioni e costruzioni che acquistano senso soltanto se pronunciate con la giusta cadenza.
Il libro si sofferma anche sulle parole che descrivono chi ha alzato un po’ troppo il gomito: un repertorio così ricco da meritare una sorta di “50 sfumature di petesson”. Perché anche per raccontare una sbornia il triestino non ama le approssimazioni.
La ricchezza di questo vocabolario viene da lontano: porto, confini, commerci e incontri hanno fatto di Trieste un crocevia di lingue e culture. Termini di origine veneta, slovena, tedesca, greca, francese e inglese si sono mescolati all’italiano, trasformandosi e adattandosi alla parlata locale.
Il risultato è un lessico nel quale l’inventiva conta quanto il significato letterale e dove l’insulto può diventare una piccola prova di abilità espressiva. «L’Insultario non vuole essere un dizionario accademico – ribadisce Manna – ma un viaggio nella lingua popolare attraverso una delle sue manifestazioni più irriverenti».
L’operazione è anche un modo per osservare abitudini, carattere e relazioni di una comunità: perché certe parole feriscono, altre fanno ridere e altre ancora, pronunciate dalla persona giusta, diventano quasi una dichiarazione d’affetto. Con questo volume Manna esplora il dialetto dalla sua porta più scanzonata, senza la pretesa di fissarne una volta per tutte i confini.
Le 168 pagine dell’Insultario triestino-italiano sono disponibili in edicola in allegato a Il Piccolo, in libreria e online.
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