Il silenzio del giorno dopo: un fotoreporter triestino al Vajont

«Un silenzio terribile, una spianata immensa illuminata dal sole. E tanti cadaveri, tutti nudi, gonfi di acqua, riversi nel fango. Accanto a essi carcasse di mucche, cani e alberi strappati alla vita dall’immensa ondata scesa dal lago del Vajont».
Questa la scena terribile che si presentò il 10 ottobre 1963 agli occhi di Fulvio Bronzi appena giunto a Longarone con la sua macchina fotografica, le tasche della giacca zeppe di rulli di pellicola. Bronzi era stato spedito lassù, sulle rive del Piave, da una telefonata che lo aveva svegliato di primo mattino nella sua abitazione di Trieste. «È successo qualcosa di molto grave, vada a vedere», aveva ordinato la voce di un centralinista del Piccolo. Una voce perentoria, investita di un’autorità che veniva dall’alto, almeno dal caporedattore. Fulvio Bronzi, allora ventiduenne, aveva ubbidito perché questa era la vita dei fotografi dei quotidiani. Silenzio e pedala. All’epoca venivano pagate solo le immagini pubblicate: nessuna giornata di riposo, nessuna assicurazione per infortuni o malattia, nessuna tredicesima o pensione.
«Sono partito alla cieca - ricorda il fotografo - le notizie erano frammentarie perché nessuno sapeva esattamente cosa fosse accaduto. C’era chi parlava di un terremoto, chi del crollo della diga. Non esistevano telefonini e a bordo della vecchia Lancia Aprilia di Marcello Bari con cui arrivai a Ponte nelle Alpi, a pochi distanza da Belluno, non c’era la radio. I carabinieri ci bloccarono e per raggiungere Longarone camminammo per quasi dieci chilometri. Riuscimmo a realizzare il servizio che ci era stato ordinato, un centinaio di immagini parte delle quali riempirono le pagine del Piccolo il giorno successivo, l’11 ottobre 1963, 50 anni fa».
Il cuore di questo servizio su una delle più grandi tragedie che hanno funestato il nostro Paese sarà visibile da domani nella piccola sala di esposizioni che Fulvio Bronzi ha aperto accanto al suo negozio di articoli fotografici di via dell’Istria, vicino a Campo San Giacomo. Sono foto terribili, crude, che fanno percepire il tremito delle terra, le cateratte di macigni staccatisi dal monte Toc, il ruggito dell’onda che precipita dal lago dopo aver superato con un balzo la diga. Un balzo di centinaia di metri che come un immenso maglio aveva zittito alle 22.39 del 9 ottobre del 1963 la vita di Longarone, Cossago, Castellavazzo, Frasegn, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Erto e Casso. In totale 1917 vittime.
«Quando arrivammo a Longarone non sapevamo cosa fotografare. Il paese non esisteva più. Era rimasto in piedi solo un campanile. Soldati si muovevano nel fango e tra le macerie alla spicciolata, senza regia e ordini. Apparivano sbandati: erano alpini, venivano da altre valli del tutto simili a quella del Piave sconvolta dall’ondata. Scavavano, cercavano di ricuperare qualcosa. Alcune persone in abiti civili camminavano come inebetite. Non si orientavano più, perché l’acqua aveva annientato ogni punto di riferimento. Restava solo la diga là in alto nella forra, apparentemente intatta».
Sulle carcasse degli animali di lì a qualche ora sarebbe stata sparsa a piene mani calce viva per evitare l’innescarsi di epidemie. I corpi dei morti sarebbero stati estratti dal fango e pietosamente lavati con getti d’acqua per poterli identificare. Più di 500 sarebbero restati senza nome. «Non me la sono sentita di puntare l’obiettivo e scattare una fotografia a quei corpi che l’onda aveva denudato e ucciso. Non so perché non l’ho fatto - spiega a mezza voce Fulvio Bronzi - probabilmente per pietà e rispetto. O forse perché sapevo che quelle immagini non sarebbero mai state pubblicate».
Dopo aver visto lo sterminio e la morte, il monte marcio, la diga intatta e la spianata di Longarone illuminata dal sole, il protagonista di questa vicenda era rientrato velocemente a Trieste. Aveva sviluppato le pellicole, aveva stampato un buon numero di foto e le aveva portate alla redazione al Piccolo dove i redattori e i tipografi erano in attesa. «Una mia immagine finì in prima pagina, molte altre all’interno». Il reportage fu apprezzato e quattro giorni più tardi Fulvio Bronzi su rimandato a Longarone. Era annunciato l’arrivo del Presidente della Repubblica Antonio Segni accompagnato da Giulio Andreotti e da altre autorità. Sulla spianata vagavano i parenti degli scomparsi. Cercavano, speravano, piangevano. C’erano pompieri, soldati, divise strane giunte dall’Austria. Nel cielo volteggiavano elicotteri, molti dei quali americani.
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