Indagine sul contenuto delle tombe romane

L’archeologa Della Sorte Brumat: «Le sepolture non sono distanti dall’antica chiesa di San Giovanni distrutta tra il 1562 e 1593»



La scoperta di alcune tombe di epoca romana in via Roma, nel tratto vicino all’incrocio con via Verdi, non era poi così improbabile a guardare all’unico precedente rinvenimento avvenuto nel territorio comunale negli anni Cinquanta dello scorso secolo. A spiegarlo è la turriachese e ricercatrice storica Gabriella Della Sorte Brumat, che di quel ritrovamento è andata a fondo nella seconda metà degli anni Ottanta, auspicando ci fosse una campagna di indagine nella zona verso Bosegliano, a ridosso dell’attuale confine con San Pier, dove si trovava un’antichissima chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. L’unico rinvenimento, quello appunto di una settantina d’anni fa, è del resto avvenuto in un’area non troppo distante, ora oltre la strada provinciale 1. «Al tempo, un contadino che stava impiantando un vigneto in un campo in gestione – spiega Gabriella Della Sorte Brumat – trovò, per caso, tre urne cinerarie, un balsamario, una lapide con un’iscrizione e resti di carbone di legna». L’uomo, come ha ricostruito la ricercatrice, si rivolse quindi al proprietario, che, pare, gli disse di riseppellire i resti di epoca romana. «Quando ne venni a conoscenza, il campo era stato almeno in parte interessato dalla realizzazione della strada provinciale e quindi non esisteva più – racconta Gabriella Della Sorte –. Pareva tutto fosse andato perduto, ma il contadino in realtà si era tenuto due delle tre urne di pietra calcarea, perché erano l’ideale per abbeverare le galline». Le due urne poi finirono nel giardino del palazzetto dei marchesi Mangilli, in via Garibaldi, dove Gabriella Della Sorte le vide, avendo anche modo di parlare con la marchesa. Del balsamario, invece, nessuna traccia, come pure della lapide, il reperto che avrebbe consentito di fornire gli indizi più utili sull’insediamento romano, quasi di certo una villa rustica. «L’iscrizione con tutta probabilità era una pedatura, cioè una descrizione delle misure del recinto funerario, ma avrebbe potuto fornire delle indicazioni», spiega. Le urne sono databili tra il I secondo a.C. e il I d.C., come spiega ancora Brumat, quando la pratica diffusa per le persone libere o di un certo censo era quella della cremazione dei corpi e della successiva conservazione dei resti in appositi contenitori. «Sarà interessante capire ora cosa contengano le tombe – aggiunge –, che si trovano comunque a ridosso di via Verdi, tracciato di fatto lungo il percorso di un’antica via che portava alla chiesetta di San Giovanni Battista, distrutta tra il 1562 e il 1593 da una piena dell’Isonzo. Un edificio di cui non si conosce l’anno di fondazione, ma che avrebbe potuto essere di epoca paleocristiana». La zona, quindi, secondo Gabriella Della Sorte Brumat, sarebbe degna di essere indagata, anche per fare luce sugli insediamenti di epoca romana a Turriaco, ricompreso, come i centri vicini, nella giurisdizione di Aquileia. Un territorio, quello sottoposto alla grande città romana, che era attraversato da una rete di ville rustiche. Tra San Pier, dove i ritrovamenti sono stati di una certa consistenza, e il nucleo di San Canzian, non è quindi così singolare che anche nell’area di Turriaco i romani abbiano lasciato il loro segno. —





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