Iniezioni letali agli anziani malati famiglie chiedono i danni all’Asugi

Gianpaolo Sarti / Trieste
Nove richieste di risarcimento danni all’Azienda sanitaria. Il primo round in Tribunale sul caso dell’ex anestesista del 118 Vincenzo Campanile, il medico di Monfalcone accusato di aver ucciso a Trieste nove anziani con iniezioni di potenti sedativi, preannuncia una battaglia legale tra le famiglie delle vittime e l’Asugi. Non solo: l’ente stesso, dal canto suo, intende rivalersi sul medico.
Ieri in Foro Ulpiano è andata in scena l’udienza preliminare davanti al gup Massimo Tomassini; in aula era presente il gruppo di legali coinvolto nella vicenda: gli avvocati Alberto Fenos (per Campanile), Giovanni Borgna (per l’Asugi), Antonio Santoro (per 6 famiglie), Maria Genovese (per 2 famiglie) e Giuliano Iviani (per una famiglia). Ha partecipato anche Giovanni Di Lullo, l’avvocato a cui si è affidato l’ex direttore del Sores regionale ed ex responsabile del 118 di Trieste Vittorio Antonaglia, finito nell’inchiesta per “omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale”. Il dirigente, in sostanza, sarebbe stato messo al corrente di ciò che il rianimatore faceva. Ma non lo ha denunciato.
Le decisioni sul destino processuale di Campanile e Antonaglia saranno definite probabilmente nella prossima udienza di ottobre; ma intanto, ieri, il gup ha ammesso la costituzione di parte civile delle famiglie delle vittime che hanno chiesto la citazione del responsabile civile. Ma anche l’Asugi si è costituita nei confronti di Campanile, laddove risultasse colpevole.
Un fuoco incrociato, dunque. D’altronde la Procura, nelle indagini dei pm Cristina Bacer e Chiara De Grassi, ritiene di aver raccolto prove schiaccianti contro l’ex anestesista (licenziato dall’Azienda sanitaria): il medico del 118, anziché tentare di salvare gli anziani che soccorreva a domicilio, avrebbe iniettato a ciascuno delle dosi di Propofol. Ma anche morfina, Diazepam e Midazolam. Farmaci che potrebbero aver accelerato o determinato i decessi. Questo, almeno, stando alle accuse.
Le vittime avevano tra i 75 e i 90: pazienti affetti da gravi patologie o colti da improvvisi peggioramenti che erano stati assistiti dal dottor Campanile durante gli interventi di emergenza dell’ambulanza. Le morti sospette si erano verificate tra novembre del 2014 e gennaio del 2018. L’intera indagine era partita proprio in seguito a un soccorso del 3 gennaio 2018 nella casa di cura Mademar, dove era spirata l’ottantunenne Mirella Michelazzi. Il medico le aveva somministrato il Propofol, anche dinnanzi alle richieste del figlio che domandava il ricovero della madre. La donna è deceduta.
L’indagine si è quindi allargata ad altri casi analoghi, a cui i pm sono risaliti grazie alle testimonianze dei colleghi di Campanile. Per individuare le tracce dei medicinali sono state riesumate le salme degli anziani non cremati: Egone Schneider (deceduta il 5 gennaio 2015), Nives Parovel (7 novembre 2015), Ersilde Mernik (14 agosto 2016), Maria Kupfersin (27 ottobre 2017) e Mario Palcich (16 novembre 2017). Gli inquirenti hanno accertato che Campanile iniettava dosi massive in vena. Lo faceva senza informare né gli anziani che stava soccorrendo, né i familiari al capezzale.
Nei verbali di intervento, inoltre, l’anestesista non aveva dichiarato l’utilizzo di quei farmaci. E per almeno un anziano «attestava falsamente», si legge negli atti, di aver «praticato la rianimazione di base con uso di defibrillatore». Per un altro paziente deceduto, Campanile aveva scritto sul verbale che «non era contattabile», cioè non cosciente, mentre – ne sono convinti gli inquirenti – si trattava di «persona vigile».
Gli investigatori ritengono che di tutto ciò il direttore Antonaglia fosse stato «dettagliatamente informato» da tre infermieri. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








