La carica dei 3.500 tutti in sfilata per il Tlt

Dicono che il Tlt non sia mai morto e che abbia 66 anni. Eppure non li dimostra proprio. Pare anzi una creatura appena nata. Mai 15 settembre - giorno in cui, nel ’47, entrò in vigore il Trattato di pace sancendo appunto il Tlt, il Territorio libero di Trieste - era stato celebrato prima di ieri da una simile fiumana di popolo: quattromila anime per gli organizzatori di Trieste Libera, mezzo migliaio in meno (circa 3.500 quindi) secondo la Questura. Come se la cicogna avesse svolazzato sopra le nostre teste da 59 anni (dal ritorno dell’Italia) tentando di planare adesso.
Bando ai paradossi, ieri pomeriggio in piazza i missionari del Tlt hanno fatto un pieno record dispensando convinzione, determinazione. Le fila triestine del serpentone rumoroso e scanzonato ma pacifico - partito poco prima delle cinque da sotto il monumento di Sissi davanti alla Stazione e sfilato per le Rive, corso Italia, via Carducci, via Valdirivo e via Roma fino a piazza della Borsa ai piedi del quartier generale del movimento - sono state ingrossate ancora da alcuni indipendentisti veneti ma soprattutto dai “fratelli” sloveni della Zona B. E infatti nel comizio finale di piazza della Borsa - inscenato in italiano e sloveno, ma a tratti pure in inglese e tedesco e, ovviamente, triestino - i capi di Trieste Libera che si sono alternati al microfono hanno precisato, fra le altre cose, che il Tlt non si ferma a Muggia: «Va da Duino al fiume Quieto», fino a Cittanova. Irredentismo “autonomo”, insomma. «Trieste si è svegliata», si è sentito risuonare dagli altoparlanti.
E ancora: «Non crediamo più alle balle che ci raccontano da sessant’anni. Ora la cupola della politica, dell’informazione e della magistratura si sta chiudendo a riccio. Hanno paura di noi, perché noi siamo nella legalità e loro ne sono fuori. Se abbiamo contro questa gentaglia, allora stiamo andando nella direzione giusta».
Ma facciamo un passo indietro. Al lungo corteo. Un fiume di bandiere alabardate e di slogan del tipo «Basta magnadora dall’Italia semo fora», o «Politici italiani da Trieste giù le mani». È durato due ore abbondanti. In mezzo a tantissima gente “comune”, si sono scorti sindacalisti cigiellini e operai della Ferriera (e non solo di quella), così come iscritti dell’Unione slovena e rappresentanti della minoranza del Carso (Carso dove in giornata erano spuntate bandiere con l’alabarda e la scritta bilingue “Tlt-Sto” tra cavalcavia sul raccordo e stradine di paese), eppoi l’assessore di Nesladek a Muggia e consigliere provinciale dell’Idv Fabio Longo, nonché il pioniere del leghismo triestino Paolo Polidori.
Un drone radiocomandato dagli stessi (tanti) giovani volontari di Trieste Libera, girovagava sopra le teste dei manifestanti, che puntavano verso l’alto le dita a mo’ di “v” di vittoria, o sventolavano la carta d’identità del Tlt al ritmo di “Tnt” degli Ac/Dc, diventata nell’occasione “Tlt”. In testa Roberto Giurastante, il guru dell’indipendentismo triestino, era sempre protetto da due robusti addetti del servizio d’ordine del movimento. È spettata a lui la chiusura del comizio in piazza della Borsa, quando ormai erano quasi le otto. «La nostra - ha detto Giurastante - è una battaglia per la legalità, una legalità che è stata determinata da trattati internazionali e non può essere cancellata dallo Stato italiano. Oggi è la nostra festa d’indipendenza ma la battaglia continua. E non verrà decisa nelle aule dei tribunali italiani bensì in quelle dei tribunali internazionali». Così Giurastante ha colto l’occasione - e che occasione migliore davanti a 3.500 crociati - per lanciare una «raccolta di fondi poiché la nostra battaglia dovrà fare nei prossimi mesi un salto di qualità. L’affermazione della nostra libertà ha un costo, la dobbiamo sostenere».
@PierRaub
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