La firma indelebile dei de Fabris A Isola un Arsenale in miniatura

Mai come a Begliano e anche a Isola Morosini cimiteri e sepolture raccontano la storia di un territorio che fu veneziano e austriaco e che, per quel che riguarda i camposanti, dovette comunque adeguarsi all’editto napoleonico del 1809 nella breve parentesi francese. I cimiteri, quindi, furono spostati all’esterno dell’abitato e cancellati quelli che fino a inizio ’800 circondavano le chiese. Il censo, però, faceva la differenza e a Begliano i marchesi de Fabris, regalando il terreno del nuovo cimitero, quello che si sviluppa ancora oggi a ridosso della zona artigianale e della Strada regionale 14, come spiega il ricercatore storico della Società friulana di archeologia Christian Selleri, acquistarono il diritto di mantenere le proprie tombe nella piccola corte che fiancheggia la parrocchiale di Santa Maria Maddalena, separate dal resto della comunità. A Begliano, del resto, i Fabris, famiglia le cui radici sembra siano a Tolmezzo, erano presenti già dal XVI secolo come proprietari di beni immobili e fondiari. Alcune sepolture, quelle più recenti, sono quindi ancora al proprio posto, dietro un cancello che si apre sulla sinistra del portale della chiesa. Sulle lapidi si legge del marchese Nicolò, morto nel 1871 a 76 anni, che “integerrimo liberale ebbe per meta il bene, per guida la virtù”, e di Angelo, nato nel 1854 e morto nel 1938. La sepoltura più antica è però quella del parroco di Begliano, Giovanni Battista Vicentini, nato nel novembre del 1798 e morto nell’agosto del 1859. Nella cappella del cimitero ottocentesco si ricorda invece un altro parroco, quel don Luigi Baroncini che rimase al suo posto durante tutta la Prima guerra mondiale, a differenza della popolazione, in pratica tutta sfollata a Wagna, e che accolse il temporaneo e breve rientro delle truppe austriache suonando le campane. Durante il primo conflitto mondiale il cimitero fu ampliato, però, come ricostruito dalla ricercatrice storica della Sfa Desirée Dreos, per accogliere i soldati italiani che morivano nell’ospedale militare insediato in paese: furono 540 i militari le cui spoglie vi trovarono riposo. Tutti traslati poi a Redipuglia, a differenza dei pochi locali caduti nelle fila dell’esercito austriaco e ai quali i famigliari sono riusciti a dare sepoltura. Uno di questi è Giovanni Blason, nato nel 1885 e morto il 22 agosto del 1915, la cui tomba si trova a Begliano, come quella di Angelo Capello, che, catturato in Galizia, dalla Russia riuscì a ritornare, impegnandosi poi nella comunità (il coro di Begliano porta il suo nome). Sono pochissime comunque le tombe ottocentesche sopravvissute nel cimitero, dove si rincorrono i cognomi Russi, Bertogna e Spanghero. A Isola, invece, i cognomi più diffusi sono Tentor, Cettul e Puntin, come nelle località della confinante Bassa friulana, a ricordare l’impatto della bonifica dei terreni, rimasti in pratica tutti in mano a grandi proprietà private, che ne affidavano la coltivazione a coloni. Le sepolture nel piccolo cimitero di Isola Morosini, dove si trovano però anche dei Trevisan, presenti già nell’ 800, sono del resto tutte molto recenti. A differenza della storia del borgo rurale, nato dalla colonizzazione veneziana e rimasto fino agli sgoccioli dell’800 nelle mani di una delle famiglie più importanti della Repubblica, i Morosini. Proprietari delle terre e di quanto vi si trovava sopra, che fossero case, bestiame, alberi e, in fondo, anche persone. Da vive e pure da morte, perché il cimitero, come tutto il resto, era dei Morosini e furono loro a realizzarlo. Anche il parroco era effettivamente della famiglia, perché i sacerdoti di Isola erano nominati e stipendiati dai Morosini. Una consuetudine durata quasi due secoli e mezzo: la famiglia rimase proprietaria di Isola fino al 1884, quando Eleonora Morosini Gatterburg morì senza eredi. —
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