LA PACE DI PUTIN

L’attacco della Russia alla Georgia e l’aspra reazione da parte americana ha fatto scattare in molti una sorta di riflesso condizionato che rimanda ai vecchi tempi, prima della caduta del muro di Berlino. Sembrerebbe infatti che, ogni qualvolta gli Stati Uniti e la Russia (ieri l’Urss) si trovino ai ferri corti, non si possa parlare di altro che di guerra fredda. In realtà lo scenario è ben altro e purtroppo è ben peggiore.


La guerra fredda ha avuto infatti come teatro principale l’Europa ed è stata provocata dall’opportunismo di Stalin. Finita la seconda guerra mondiale, con la Germania sconfitta e incapace di rialzarsi, con la Francia e la Gran Bretagna vincitrici sì ma fortemente indebolite, con gli Stati Uniti che sembravano esclusivamente preoccupati di riportare a casa i loro soldati, Stalin ritenne di poter realizzare qualcosa che né a lui né a quelli che erano stati al Cremlino prima di lui era mai passato neanche per l’anticamera del cervello: porre l’intera Europa continentale sotto il proprio controllo. In realtà gli americani ci ripensarono e grazie al loro intervento (Piano Marshall e Patto Atlantico) si addivenne velocemente alla divisione dell’Europa, una situazione che in seguito si stabilizzò al punto che nessuno dei due pensò di modificarla.


Quando poi dopo il 1989 cadde il muro di Berlino, l’impero sovietico andò in frantumi e l’Europa si ricompose in unità, la Russia ebbe poco da obiettare, riconoscendo di fatto che per la politica estera sovietica la guerra fredda era stata una sorta di distrazione temporanea. Da allora pensò unicamente che con l’Europa si potevano fare buoni affari (leggi: petrolio e gas siberiano). Lo scenario che si è appena aperto è ben diverso e ci pone di fronte ad un interesse di lungo periodo, un interesse plurisecolare, che lega in linea di continuità la Russia imperiale all’Urss e alla Russia di Putin e compagni. Esso porta nuovamente alla ribalta quello che negli ultimi decenni dell’Ottocento venne chiamato il Great Game, la grande contesa: la contesa determinata dalla pressione russa sul Caucaso e la presenza imperiale della Gran Bretagna in India.


Allora a contrastare l’avanzata sovietica ci fu il maggiore impero coloniale e al tempo stesso la maggiore potenza economica mondiale. Fu tale circostanza a determinarne l’esito: la pressione russa si allentò e si arrivò all’inizio del Novecento ad un accordo: una sorta di divisione in sfere di influenza. Da allora più di una volta l’Urss ha avuto la tentazione di riaprire la partita, ma ha agito di impulso ottenendo risultati nulli. Oggi invece la determinazione di Putin sembra ben maggiore (fra l’altro è stata innegabilmente favorita dall’irresponsabilità del leader georgiano). Ecco dunque la domanda che a questo punto è lecito porsi. Se siamo di fronte alla riedizione del Great Game, chi c’è a fronteggiare la protervia imperiale russa? C’è l’Europa? Niente affatto.


L’unica cosa che, come si è visto, è in grado di fare è una mediazione. Certo nessuno nega l’importanza che in questo ruolo l’Europa sia unita; ma mediare vuol dire ben altro che resistere a una pressione. Ci sono gli Stati Uniti? Non sembra: chiunque sia dal prossimo gennaio il nuovo inquilino della Casa Bianca, avrà da affrontare una difficile situazione economica interna, da rimettere a fuoco l’impegno nel Medio Oriente (Palestina, Libano, Iran, Iraq, Afganistan) e probabilmente avrà poca voglia e tempo per far altro (forse neanche completare il sistema di difesa antimissile).


La Cina? Assai difficile. È evidente che essa aspiri a una maggiore presenza in campo internazionale, ma la sua priorità consiste nella modernizzazione del paese, che ha investito i centri urbani ma non ha nemmeno sfiorato le campagne, tuttora in condizioni di terribile arretratezza. Allora cosa si fa quando non c’è nessuno che si candidi a resistere alla pressione di una grande potenza? Come la storia insegna, si adotta un atteggiamento che si chiama appeasement, ovvero si cerca un accomodamento con essa. Purtroppo - ed è sempre la storia che insegna - l’appeasement lo si è fatto sempre a scapito dei più deboli e ha avuto assai poco successo con i più forti. Nella guerra fredda l’appeasement non era previsto; al contrario appellarsi ad essa era una sorta di bestemmia. In definitiva di fronte all’odierna invadenza russa il problema vero non è che la guerra fredda è tornata: è che essa non c’è più.

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