LA POLITICA SENZA TERAPIA
L'Istat ha rivisto i conti ed ora ci dice che nel secondo trimestre dell'anno il Pil è diminuito dello 0,3%. Cosa può essere accaduto nel terzo trimestre è cosa facilmente intuibile: i consumi hanno continuato a ridursi, il quadro internazionale si è ancor più offuscato con i presumibili effetti sulle esportazioni, la campagna del turismo estivo è andata male. Insomma, parlare di stagnazione ormai è un eufemismo, e se definiamo la realtà economica come una recessione non si pecca certo per eccesso. L'Unione europea ancora prevede per l'economia italiana una crescita dello 0,1% (contro l'1,3% per l'intera Europa a 15) ma, semmai l'assenza del segno negativo potesse essere di sollievo per qualcuno, aggiunge che "questo misero risultato implica che non c'è alcun impulso di crescita per il 2009".
Solo chi non vuole intendere può stupirsi del fatto che le difficoltà determinate per l'economia reale dalla vicenda dei mutui americani si siano rivelate tanto pesanti per l'economia italiana. Tutto il mondo ne sta soffrendo, ma gli altri Paesi europei la possono affrontare con spalle più larghe se non altro perché negli anni passati, quando il clima internazionale era positivo, hanno conseguito tassi di crescita apprezzabili. L'economia italiana, invece, anche in quegli anni non è cresciuta se non di qualche zero virgola, e così si trova ad affrontare questa fase negativa già carica dei problemi irrisolti di una sostanziale stagnazione che si protrae da almeno dieci anni e che ha già determinato un rilevante carico di problemi anche sociali.
La politica finora seguita per ridare tono all'economia, infatti, è fallimentare. La strategia che tutti i governi hanno seguito è stata quella di soccorrere il sistema produttivo alleviandone i costi nel tentativo di sostenerne così la competitività. A chi ha sempre sostenuto l'assenza di ogni prospettiva di successo di una politica siffatta in considerazione della impossibilità di contrastare sui costi una concorrenza che viene dai Paesi emergenti come la Cina o la Romania, è di ben scarsa consolazione constatare ora che quella cura non solo non ha guarito la malattia, ma l'ha resa cronica.
Si è tentato di sostenere il sistema produttivo con un contenimento dei salari reali, con alleggerimenti fiscali direttamente o indirettamente finanziati con la riduzione di servizi destinati soprattutto alle categorie meno abbienti, con varie misure di flessibilità utilizzate in primo luogo per ridurre il costo del lavoro. Il risultato è che la competitività complessiva non è cresciuta, la produttività men che meno, e la domanda interna è in rapida contrazione, come dire che il sistema produttivo ha finito per segare il ramo sul quale stava seduto.
Il segno meno davanti alle variazioni del Pil ora dice che tutto diventa più difficile; comunque più difficile di qualche anno fa quando la politica di destra e di sinistra inseguì un facile consenso con misure che consentissero alla maggior parte delle imprese di tirare avanti senza le profonde ristrutturazioni ed i corposi investimenti che servono per competere sui segmenti ricchi del mercato globale. Ora è tutto più difficile e più difficile ancora lo sarà domani se si persevererà sulle stesse logiche di politica economica e industriale. Ma ancor più disperante dei dati con i quali Istat e Unione europea periodicamente ci ragguagliano è che la politica non reagisce, non ha proposte, nessuna critica al suo operato passato che possa lasciare intravvedere una uscita, magari lontana, magari faticosa, da questo tunnel senza luce.
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