LA QUESTIONE È RAZZIALE

La Convention del Partito democratico americano apre la lunga corsa alla Casa Bianca. A Denver i democratici cercano di convincere l'elettorato, anche il loro, che Barack Obama può farcela; che un candidato di colore, sia pure di sangue misto, può realizzare la promessa di Jefferson e il sogno di Martin Luther King: l'eguaglianza dei diritti incarnata nella possibilità di ogni americano, qualunque sia la sua cultura e la sua etnia di diventare guida della più grande potenza mondiale. Un evento impensabile solo qualche anno fa, che indica, comunque vada, la natura del mutamento sociale in corso negli Usa.


Mutamento simboleggiato dalla stessa dura battaglia per la nomination, che ha visto Obama prevalere di poco su una donna. Comunque vada, perché la gara presidenziale è tutt'altro che decisa. Obama ha indicato come vicepresidente Joe Biden, cercando di comporre un ticket competente in politica estera ma anche capace di controllare la macchina del partito. E di garantire quell'elettorato operaio del Midwest che, nella cosiddetta Rush-Belt, la cintura della ruggine, diffida del cosmopolitismo liberal dello stesso Obama.


Che nelle primarie ha guardato con favore a Hillary Clinton, avvertita dai blue collars, le tute blu operaie, come più vicina alle loro istanze. Un problema comune anche alle donne, che avrebbero preferito la candidatura di genere di Hillary, alla quale, dopo la scelta di Biden, si dovrà assicurare un ruolo importante al Senato. A Denver, dunque, Obama deve convincere anzitutto il proprio potenziale elettorato. A sua volta quest'ultimo deve decidere se favorire McCain oppure scommettere sulla fine dell'era repubblicana.


La vera questione però è quella razziale: «È pronta l'America, compresa quella che vota democratico, a un presidente di colore?». La campagna elettorale repubblicana mira a screditare Obama utilizzando contro di lui gli spot tv e le critiche rivoltegli durante le primarie dalla stessa Clinton. Si ripete in tal modo l'operazione che nel 1980 portò Ronald Reagan alla vittoria contro Jimmy Carter, letteralmente annichilito dagli spot che mostravano le accuse rivoltegli dall'allora rivale democratico Ted Kennedy. Ma il vero nodo, occultato per ovvi motivi, è quello razziale.


La stessa ripresa nei sondaggi di McCain, distante ora solo 2 punti, dipende proprio dal non detto di questa campagna: molti non vogliono un presidente che non sia Wasp (bianco, anglosassone, protestante), un profilo storicamente vincente nei due secoli di storia americana, incrinato solo dall'episodio del cattolico John Kennedy. Molti temono che la vittoria di Obama possa aprire in futuro le porte della Casa Bianca alle donne, ai "latinos", agli altri immigrati di più antica data. In gioco, in queste elezioni, vi è dunque anche il posto delle minoranze etniche negli Usa. La loro importanza è così chiara che induce la società americana a mobilitarsi in maniera mai vista in precedenza, rivelando così le sue numerose fratture incrociate. A Denver Obama si avvia verso l'investitura trionfale, ma basterà?

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