L’addio di D’Agostino al porto di Trieste, il timer per una scelta di qualità

Uscire a fine maggio, e annunciarlo il primo marzo, non è un caso: è una chiamata alle responsabilità per gli attori che dovranno muoversi sullo scacchiere del Porto

Fabrizio Brancoli
Zeno D'Agostino
Zeno D'Agostino

TRIESTE Il modo più ortodosso per valutare la rilevanza delle dimissioni di Zeno D’Agostino è tornare a nove anni e mezzo fa, a quando si è seduto per la prima volta alla scrivania del Porto, accendendo il cruscotto del futuro e varando una fase nuova per la città.

Che cos’era Trieste allora, che cos’è oggi? È la duplice domanda da porsi per misurare il peso dell’uscita di D’Agostino dal campo socioeconomico che per nove anni ha prima dissodato e poi arato, seminato, coltivato. Agli estremi di questi nove anni e mezzo, quindi nei giorni di allora e nei giorni di oggi, c’è un percorso evidente di crescita e di visione.

Dimissioni a sorpresa, Zeno d’Agostino lascia il porto di Trieste: gli scenari futuri
Zeno D'Agostino

È la storia recente del Porto che esce finalmente dalle dinamiche politicizzate e dalle ragnatele di poteri parcellizzati, per affacciarsi sulla geografia più ambiziosa e meritata per Trieste, per la sua storia. È l’intenzione prima, e il risultato poi, di presidiare un quadrante che si affranca dai localismi paludati per conversare con l’Europa centrale attraverso il linguaggio più consono, quello dei progetti e delle reti infrastrutturali. Non è possibile quindi minimizzare il passaggio che stiamo per vivere nei prossimi mesi: sarà cruciale quanto complicato.

Da mesi il top manager della portualità italiana covava questa decisione. Al di là di rispettabili motivi familiari o personali, la scelta va inquadrata nel merito ma anche nei tempi, che diventano sostanza. Uscire era nell’aria. Uscire a fine maggio, e annunciarlo il primo marzo, non è un caso: è una chiamata alle responsabilità per gli attori che dovranno muoversi sullo scacchiere del Porto.

Il presidente uscente sta consegnando ai vari poteri un timer: ora per Roma e per la Regione c’è spazio per studiare e individuare soluzioni di giusta statura, non siamo davanti alla saetta di una decisione improvvisa e non vedremo una presidenza che procede lenta, perdendo spinta settimana dopo settimana, e finisce spiaggiata come un cetaceo stanco. Tic, tac. È come se si dicesse: signori, potete produrre una successione importante. Avete tempo, non perdete tempo.

Una successione “importante” significa due cose. La prima: serve un pilota completo, competente, visionario, autonomo rispetto alle esigenze spartitorie e votate alle logiche dei frantumi, dei divide et impera, che hanno albergato qui per decenni, con qualche rarissima virtuosa eccezione. La seconda: serve anche una persona che abbia la lucidità, la disponibilità, la grande intelligenza di accettarsi anche come esecutore, nel senso che molte azioni della “legislatura D’Agostino” devono essere convertite in altrettante realizzazioni, dall’operazione ro-ro con il forte interlocutore ungherese a un irrobustimento della piattaforma ferroviaria in porto e la riattivazione, e un domani l’ulteriore sviluppo, dei cordoni ombelicali ferroviari con la Germania e con gli altri affacci centroeuropei.

Senza dilettarsi nell’esegesi di un comunicato stampa, è interessante come D’Agostino, nel formalizzare l’addio, selezioni alcuni passaggi: cita Monfalcone (visione larga della portualità giuliana e adriatica), cita Rixi (qualcosa di molto vicino alla figura di un ministro dei porti). Con Rixi D’Agostino si accinge a collaborare a un assetto fondamentale per il Paese, la riforma dei Porti. Appare una sfida difficile, ma aperta e possibile, lanciata ai mondi dei decisori. Ecco, questa potrebbe essere stata la coscienza di Zeno. —

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