Le fughe asburgiche vennero “cancellate” da Palazzo Attems

Punti di vista
Per comune opinione, a Nicolò Pacassi (1716-1790) si devono palazzo Attems Santa Croce (1740), palazzo Attems Petzenstein (dal 1733) e villa Attems a Podgora (1748). Recenti tesi revisionistiche attribuiscono invece ad altri il progetto dei palazzi Attems, cosicché il primo lavoro dell’architetto goriziano sarebbe direttamente la maestosa reggia di Schönebrunn, a partire dal 1743 per Maria Teresa a Vienna, a 27 anni nel ruolo che fu del notissimo architetto Fischer von Erlach, deceduto quell’anno, senza nulla aver fatto in precedenza,
La tesi riformista non pare verosimile rispetto l’usuale, che gli assegna a 24 anni l’odierno palazzo municipale quale opera prima, del quale rimangono suoi i balconcini davanti e lo scalone loggiato sul retro, mentre tutto il resto, timpano e portoni compresi, si deve a Giancristoforo Ritter dopo l’acquisto del 1823, con la ristrutturazione di architetto rimasto ignoto.
Nel 1907 l’immobile lo compra il Comune, che lo lascia intonso con la sua boiserie noce fino a dopo la prima guerra mondiale, quando viene tolto lo stemma comunale austriaco per far posto al nuovo stemma italiano, affiancato dal fascio littorio. Con la direzione dell’ingegnere capo Riccardo Del Neri, vengono rifatti gli intonaci in forma liscia, nello stile ville venete alle quali si volle associarne l’architettura neoclassica, eliminando dagli spazi tra le lesene le fugature troppo asburgiche, evidenti nella cartolina del 1916, della collezione di Roberto Ballaben.
Attorno il 1960 il palazzo viene rinnovato dall’architetto Riavis, con pareti e boiserie a tinte pastello e una disposizione di mobili, quadri e arredi, descritta con dovizia da Fulvio Monai nel suo “Palazzo Comunale” del 1961. Come la Sala Bianca (che meglio sarebbe delle 4 stagioni, dipinte sul soffitto) con il maestoso tavolo verde, malamente rimpiazzato attorno al 2005 da un misero salottino in plastica trasparente, contemporaneamente allo scriteriato spostamento dell’antica mobilia. Attorno al 1990, per preservare il delicato parquet, l’unico originario del palazzo, fu realizzata dal designer Lucio Cerani la sala giunta al pianterreno, assieme i decori al soffitto dello scalone con la bronzatura dei putti e dei busti sopra porta, fino allora di colore bianco.
Oggi il palazzo è in restauro: una occasione imperdibile per la doverosa restituzione della fasce in facciata della sistemazione Ritter, avvenuta tra il 1827 e il 1829, come citano le lunette sui portoni. —
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