«L’Italia non tradì nessuno Voleva stare tra i grandi»

«Ma allora gli austriaci non se gà comportado tanto ben con noi italiani. Cossa te gà contà nono?». «Ah, te conto a casa. La storia gà sempre più versioni». E almeno questa “lezione” di storia finisce causticamente qua. Però la signora in età che ieri era seduta con l’anziana sorella tra le prime file del Verdi per la seconda delle (vere) Lezioni di storia incentrate sulla Grande Guerra, l’ha azzeccata. Non furono così “buoni” gli austriaci. E nemmeno corretti. Oddio: forse neanche noi, a dir la verità, che alleati tanto di Vienna che dei tedeschi dal 1882, nel maggio del 1915 decidemmo di intervenire contro gli ex “amici”. «Ma era la diplomazia del tempo: la procedura messa in atto dall’Italia prima nella dichiarazione di neutralità e poi in quella unilaterale di guerra risponde alle regole convenzionali della diplomazia del tempo». Chi parla al pubblico - a proposito, altro tutto esaurito per questo appuntamento promosso dagli Editori Laterza con la collaborazione, tra gli altri, anche del Piccolo - è Gian Enrico Rusconi, professore di Scienze politiche all’università di Torino, scrittore ed editorialista della Stampa.
«Non furono sonnambuli o irresponsabili quei governanti che scelsero la guerra», racconta il professore. «Solo che quel calcolo razionale finì in tragedia. E l’apporto del nostro Paese non fu da intervento minore». Ricapitoliamo: da trent’anni l’Italia è alleata di Germania e Austria. È un impegno vincolante, peraltro non corrisposto dalla fiducia, soprattutto da parte di Vienna. La linea politica di Francesco Giuseppe tra il luglio 1914 e l’aprile 1915 è dettata dallo stretto calcolo degli interessi dell’impero. Il che vuol dire rafforzare il dominio nei Balcani a spese delle rivendicazioni italiane. Che meritano un «contentino» appena. Insomma: quella di Roma è una fedeltà incondizionata e senza vantaggi. Cosa può chiedere l’Italia dal dopo conflitto? Il Trentino etnico, cioè fino a Salorno. Forse. Trieste? Beh, non era ben chiaro che fine potesse fare. Un «contentino», appunto.
Così, alla vigilia del 1914, l’Europa vive in un sistema di alleanze bipolare: la Triplice da una parte (quindi Germania, Austria e Italia) e dall’altra l’intesa tra Francia, Russia e Inghilterra. E a sua volta, cresce l’antagonismo anglo-tedesco, aumenta la rivalità tra la Londra egemone, super potenza navale tanto imperiale quanto liberale, e la Germania, che stenta a considerarsi del tutto Occidente («la Germania di oggi sta soffrendo più di quanto immaginiate; si domanda: stiamo dentro questa Europa oppure l’euro ce lo facciamo noi? C’è continuità nella storia») e che tenta di contrastare questo primato.
Poi, il 28 giugno del ’14, c’è l’attentato a Francesco Ferdinando a Sarajevo, e poi arriva la guerra: Francesco Giuseppe, che ha l’appoggio incondizionato di Guglielmo II, intende punire la Serbia a costo di scontrarsi con la Russia che a sua volta non ha digerito bene che la Bosnia Erzegovina sia finita sotto Vienna. «Le grandi potenze non potevano accettare alcuna umiliazione, la nazione o è potente o niente, e la grandezza si misura con l’esercito e la flotta, non con le banche. L’Austria non tollera la Serbia, la Russia non tollera un’altra Bosnia. Ma quanto è costato quell’orgoglio...». Questo è il contesto nel quale si infila l’Italia. «L’Italia si caccia in una situazione geopolitica impossibile, in un mondo di superpotenze dominato - nel Mediterraneo - da inglesi e francesi e nel continente da tedeschi e austriaci. Ma l’Italia di Sonnino e Salandra vuole contare. E per farlo, firma accordi sotto banco con la Francia e l’Inghilterra, da cui dipende totalmente per il carbone». Ma fu errato il calcolo delle risorse a disposizione, e la guerra divenne un tragico azzardo. E quando fu ordinata la mattanza dei soldati italiani a Cefalonia da parte dei nazisti alcuni decenni dopo, fu Hitler stesso a dare l’ordine di non fare prigionieri “perché gli italiani ci hanno tradito una seconda volta”. La prima fu in quel maledetto 1914. «Lo so, conclude Rusconi, è difficile essere italiani...» .
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