L'OPINIONE. Ferriera, Trieste davanti ad un bivio

La Ferriera è, con il porto vecchio, il più eloquente monumento alla triestinità. È una bomba sociale e ambientale a orologeria il cui tempo sta per scadere, ma che nessuno si adopera realmente per disinnescare

TRIESTE. Circa 15 anni fa la politica triestina cominciò a invocare, o meglio a promettere, la riconversione della Ferriera. Vi si sono giocate 4 campagne elettorali: lo stabilimento è ancora lì. E presto a chiuderlo non sarà la politica fanfarona, che non apre e chiude le aziende: sarà il mercato, lasciando un migliaio di persone (contando l’indotto) a casa, e la città con un ammasso di ferraglia sul golfo e uno degli spazi più preziosi inutilizzabile. La Ferriera è, con il porto vecchio, il più eloquente monumento alla triestinità.

È una bomba sociale e ambientale a orologeria il cui tempo sta per scadere, ma che nessuno si adopera realmente per disinnescare. La situazione è arcinota e sempre più desolante. Lo stabilimento si regge da tempo non già sulla produzione propria, ampiamente ridotta e oggi antieconomica, ma sull’ottenimento di energia di risulta, a sua volta resa conveniente solo dalle provvidenze pubbliche.

La società Elettra, che dalla Ferriera acquista il gas e lo converte in energia, è finanziariamente allo stremo e, pur di far cassa, potrebbe rinunciare ai relativi benefici di legge, che in tal caso lo Stato le sconterebbe anticipatamente. Che sia tra un anno (se Elettra getta la spugna) o tra cinque (quando cesseranno le provvidenze sull’energia), il destino di Servola è segnato da un mercato in cui non è più in grado di competere: chiuderà, stavolta sul serio, e non certo per l’azione di qualche politico che va a raccattare voti tuonando tra i poggioli del rione. In questi anni, sul futuro dello stabilimento si sono aperti più tavoli istituzionali che in una mensa aziendale, e sfornati più piani quinquennali che nella Russia sovietica.

Non se n’è chiuso uno solo, né è uscita una sola idea che le istituzioni abbiano perseguito con determinazione. Ma ora che la clessidra è quasi scesa, alle istituzioni (tutte: Comune, Regione, Provincia e parlamentari) compete di farsene carico e in dodici mesi impostare una soluzione percorribile. Che non sarebbe affatto impossibile, se solo la smettessimo di considerare quel sito come un problema, anziché come un’opportunità. Proviamo a elencare alcuni punti fermi. La Lucchini, che sta venendo ceduta a pezzi, è desiderosa di vendere.

Un sito di quel genere (che conta, pochi lo sanno, 60 ettari, quasi quanto l’intero porto vecchio), affacciato sul mare (che è il più economico luogo di trasporto), con fondali profondissimi e inesistenti altrove in Adriatico, ha un valore enorme: negli scorsi anni più di un investitore si era fatto avanti per rilevarlo, finendo poi dissuaso dall’indeterminatezza di tempi, oneri, intenzioni. I costi di smaltimento e bonifica dell’impianto attuale saranno ingentissimi. Ma, se precisati e anche solo parzialmente supportati dalla Regione (o non c’è qui, ben più che altrove, un interesse pubblico?), possono ben entrare in un piano di business come componente dell’investimento privato, che una concessione molto lunga nel tempo renderebbe profittevole.

Su queste basi, non può mancare l’interesse di aziende manifatturiere - principalmente meccaniche, ma non solo - a insediarsi qui, procurarsi via mare le materie prime, lavorarle sul posto con produzioni pulite e i benefici del punto franco industriale, e riesportare i prodotti finiti in Europa e ancor più a Est. La stessa Elettra, tramontata l’ipotesi del rigassificatore, potrebbe essere convertita nella produzione di energie alternative, sulle quali gli attori italiani del settore, orfani del nucleare, dovranno giocoforza investire. Per avviare un percorso così complesso serve una regia coerente e duratura, e non può che competere al sindaco. La disponibilità della proprietà è certa: è nel suo interesse. Non dimentichiamo che il gruppo Lucchini, con tutte le sue pecche e mancanze, a Trieste ha investito soldi veri.

D’altra parte non è pensabile che Cosolini risolva un nodo del genere da solo, come non avrebbe potuto Dipiazza: è l’intera classe politica che deve farsene carico e, auspicabilmente, prendersene il futuro merito. L’alternativa, che purtroppo si palesa probabile, è drammatica. Uno stabilimento abbandonato tra qualche anno o ancor prima, mille persone in strada, un mostro di ruggine destinato a giacere sul golfo per decenni, come emblema imperituro dell’inconcludenza cittadina. Un’altra Aquila, peggio dell’Aquila.

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