MA TRIESTE VUOLE LE IMPRESE?

Ma su quali imprese costruiremo il nostro sviluppo? Trieste non è in grado di trattenere chi, come la "nuova" Stock, la considera solo un costo. Ma neppure di supportare chi, come il gruppo Maneschi, vorrebbe eleggerla a sede mediterranea di un colosso mondiale della marineria quale Evergreen. Non vi sono molti punti in comune tra le due vicende, se non il fatto che riguardano due marchi impressi nella storia della città.


Appunto la Stock e il Lloyd Triestino, nel frattempo divenuto Italia Marittima, e come tale rilanciato dall'imprenditore livornese che rappresenta il gigante di Taiwan.


Di comune c'è l'estrema difficoltà di fare a Trieste qualsiasi cosa: dal dopolavoro all'impresa. Ma poiché nel primo siamo assai più versati che nella seconda, dai e dai quello ci riesce. Ma dell'impresa - salvo rare eccezioni - ce ne mancano i globuli rossi come pure i campioni locali, e quindi dobbiamo attirarli dall'esterno. Dovremmo far loro ponti d'oro, e invece ce la mettiamo tutta per farli scappare. Probabilmente non accadrà con Evergreeen, la cui scelta è auspicabilmente definitiva, ma ci saremo andati vicino. Lo dicono la mole di viluppi burocratici che sta sfibrando l'investitore, come pure il malcelato fastidio con cui un po' tutti proprio a lui dicono di sbrigarsi.


Pierluigi Maneschi è imprenditore solido, tosto e spregiudicato. Drammatizza volutamente i tentacoli burocratici sulla nuova sede di Evergreen, ma fa bene a farlo e, facendolo, denuda un problema ancora non sufficientemente svelato. In superficie, esiste sul futuro del porto vecchio un consenso trasversale quasi unanime tra autorità locali e coalizioni politiche. E però basta grattare un po', e si ritrova uno scontro sordo ma non meno duro che in passato; in sintesi è fra enti di destra e sinistra, semplificando è tra Comune e Autorità portuale, banalizzando è tra Dipiazza e Boniciolli. E' probabile che il primo maldigerisca l'inclinazione del secondo a far di testa sua e a configurarsi da "supersindaco", e che il secondo, che sa cos'è un porto, maldigerisca ogni ingerenza tra le sue competenze; lo fece con la Regione che l'aveva nominato, figuriamoci se non lo fa con il municipio.


Sta di fatto che i due enti non si parlano e si guardano in cagnesco, ognuno attendendo l'altro al varco. Un'opera così complessa come il recupero del porto vecchio richiede invece una mole di attività da concertare, sia nella strategia che nell'amministrazione spicciola. Chissà se Evergreen già sapeva che dovrà pagare anche le opere di urbanizzazione (una barca di soldi), o se lo ha scoperto leggendo il giornale. Chissà se dovrà pagare gli oneri di concessione edilizia (altra barca di soldi) oppure no. Chissà se il futuro piano regolatore portuale sarà coerente con quello comunale, o comincerà un infinito, stucchevole tiramolla.


Non infliggeremo al lettore altre amenità burocratiche. La sostanza è banale: o tutti gli enti coinvolti in questa vicenda si mettono a un tavolo e decidono chi fa cosa ed entro quale data, o i problemi da soli non si risolveranno mai. Il silenzioso scollamento a cui si assiste è semplicemente infantile. In questi casi nessuno vuol fare il primo passo, ma fossimo in Dipiazza saremmo noi a compierlo. La regia compete al sindaco, che ne ha l'autorità e l'investitura popolare, e nell'esercitarla dimostra l'inutilità di un altro "supersindaco". L'alternativa è un gioco al dispetto in cui perdono tutti, ché fra un anno saremmo ancora a raccontarci le stesse cose: gli imprenditori a minacciare la fuga, la città a fronteggiare l'ennesimo psicodramma.

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