Il popolo ucraino in piazza a Trieste tra dolore e orgoglio

Una bandiera blu e gialla lunga 20 metri in piazza della Borsa ricorda la guerra in atto, i morti e i giovani che stanno combattendo per Kiev

Roberta Mantini
(fotoservizio Andrea Lasorte)
(fotoservizio Andrea Lasorte)

Piazza della Borsa blu e giallo. I colori dell’Ucraina. Per il quarto anno consecutivo è stata scelta dalla comunità ucraina per ricordare le vittime della guerra in atto e i giovani che stanno combattendo per Kiev.

A pochi passi dalla fontana del Nettuno, domenica mattina, donne e uomini hanno esposto una lunga bandiera con i colori del loro Paese lunga 20 metri; attorno si sono raccolte un centinaio di persone, molte con la bandiera sulle spalle, altre abbracciate. A terra un’installazione per ricordare i bambini: scarpine, pattini, scarpe da ginnastica, pantofole, ognuno accanto a un lumino acceso…

Ad aprire l’appuntamento domenicale in piazza della Borsa è stato Andriy Koval, referente dell’associazione Ucraina-Friuli, sezione di Trieste: «Vogliamo ricordare i bambini e i nostri ragazzi che da anni combattono per la nostra libertà». Koval lancia anche un appello: «Solo uniti possiamo sconfiggere le guerre e i dittatori. Da soli non possiamo fare niente. Tutta l’Europa deve unirsi con l’Ucraina».

 

Dopo le sue parole la piazza si è fermata per un minuto di silenzio. La commozione è cresciuta con Oleksana che ha interpretato “La dura guerra”, brano recente in cui un figlio caduto si rivolge alla madre e la madre gli risponde. Quindi l’inno nazionale ucraino, cantato da tutti con la mano sul cuore.

Nell’intero territorio di Trieste si contano circa 3 mila ucraini tra residenti e rifugiati. Dietro i numeri ci sono volti e percorsi diversi, come quello di Nadiya, originaria di Donetsk. Ha lasciato la sua casa nel 2014 e poi di nuovo nel 2022 per arrivare in città. Il marito è rimasto in Ucraina. «Da undici anni la mia vita si è fermata, vivo ogni giorno con la speranza di tornare alla mia quotidianità nella mia patria».

Olena è arrivata nel marzo 2022 con i due figli e la madre. Il marito, invalido, non combatte ma fa volontariato salvando animali nelle zone di guerra. Due cugini sono al fronte: «Sono vivi e sani, ed è la cosa più importante. Ma ogni giorno c’è preoccupazione, non si sa cosa ci aspetta la mattina dopo».

Un’altra Olena, farmacista, ha vissuto l’inizio della guerra a Leopoli, lavorando in farmacia e portando aiuti in stazione ai profughi. Dopo cinque mesi la scelta di trasferirsi: «Non è facile ricostruire la propria vita a 50 anni, ma ho la forza e la voglia». Kristina, poco più che ventenne, originaria del Donbass, è in Italia da tre anni e mezzo, prima a Milano e oggi, tra Gorizia e Trieste, continua a studiare online pedagogia in un’università di Kharkiv. «Non penso di tornare in Ucraina nei prossimi dieci anni. La Russia ha distrutto tutto quello che avevo: non c’è più una casa, ho perso i parenti».

L’unico familiare rimasto è il padre, ora a Kiev. «Amo l’Ucraina con tutto il mio cuore, ma la mia casa era il Donbass. Non tornerò in una terra che sarà russa», le sue parole pronunciate con la fierezza di un popolo. Accanto al dolore, però, anche un nuovo inizio, come lei stessa sottolinea: «Pensavo di aver finito le cose belle della vita, invece qui con Luca ho ritrovato l’amore».

Oleksiy Kresin è docente all’Università di Trieste e ha la madre e il figlio a Kiev. Li chiama ogni giorno come racconta: «La mattina inizia con una preghiera e poi telefono, perché non so mai se hanno superato la notte». Poi invita a conoscere la letteratura e la storia ucraine «per comprendere ciò che sta accadendo».

Tra i presenti in piazza anche alcuni politici. Allessandra Ferluga (Liberaldemocratici), Ora Fvg e Alessio Briganti che ha parlato genericamente per l’associazionismo del mondo liberale.

Arturo Governa, di Azione, ha ricordato come «ora una delegazione del partito guidata da Calenda si trova in Ucraina», ribadendo «la necessità di difendere la libertà che gli ucraini stanno difendendo sul fronte militare» e l’impegno a contrastare «le infiltrazioni filoputiniane che inquinano il dibattito pubblico».

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