Masserizie degli esuli, patrimonio a rischio dispersione

TRIESTE. Gli esuli istriani e dalmati avevano fiducia nel futuro: negli anni dal ’45 al ’54 non sbarcavano a Trieste su barconi come gli africani, portavano con sè forchette e coltelli, piatti, bottiglie di cognac locale, i quaderni di scuola e i passeggini dei piccoli, strumenti per arare campi in un altro eventuale campo, credenze a vetrina, intere librerie, foto degli sposi e dei nonni, pizzi ricamati in casa, i mattarelli per stendere la pasta, la cappa di cucina coi mestoli, le brocche e i bicchieri, il calcolatore di cassa di un negozio per chissà quando, i pitali, i documenti, i letti con testiera di legno, cacciaviti e chiodi, centinaia e centinaia di armadi e cassettoni tutti uguali, arrotondati in cima, e migliaia di sedie.
I profughi istriani sognavano solide case altrove, certi avevano fiduciosamente ingaggiato i Gondrand e altre imprese per garantirsi altrove la consolazione delle cose, ciabatte comprese.
Adesso che in Porto vecchio si è aperto per una mostra d’arte «trendy» il Magazzino 26, con la Biennale diffusa, ronza poco vicino il muto rumore delle masserizie istriane, chiuse a chiave in un magazzino-rudere. È il Magazzino 18. «Questa è la nostra Ellis Island, il luogo di approdo degli emigranti in America - dice Piero Delbello direttore dell’Irci e guardiano dei beni- e siccome da 60 anni queste cose stanno in Porto vecchio, anche il tempo conta: dovrebbero rimanere qui, come museo etnografico, testimoniano la civiltà quotidiana di un territorio. Nessun altro museo potrebbe ospitarle con altrettanta forza narrativa».
Ruderi dentro ruderi, binomio perfetto. E un paradosso che è già storia: in origine quei 2000 metri cubi di arredo, ormai classificati come «res nullius» (cosa di nessuno) erano ospitati proprio al mitico 26. Quando si decise per la sua ristrutturazione, le masserizie (ormai degne di nome proprio) cambiarono per la terza volta posto dopo una disastrosa sosta al 22.
Fra poco si aprirà di nuovo la grande questione. Il mucchio di simbolica vita che racconta in silenzio migliaia di biografie si troverà di fronte ai progetti di riqualificazione del Porto vecchio dato in concessione. Che ne sarà del Magazzino 18, oggi con vetri rotti, calcinacci in terra, e la poderosa, volonterosa opera di accastamento e scaffalatura fatta dall’Irci, con Piero Delbello e con l’enorme sforzo di tanti volontari?
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