Bordin: «Dal terremoto una rinascita che ha reso il Friuli un modello»

Il discorso integrale del presidente del Consiglio regionale: «Da quella drammatica esperienza giunsero risultati concreti e duraturi»

Mauro Bordin pronuncia il suo discorso a Gemona
Mauro Bordin pronuncia il suo discorso a Gemona

Pubblichiamo il discorso integrale di Mauro Bordin, presidente del Consiglio regionale del Fvg, tenuto a Gemona per le commemorazioni dei cinquant’anni dal terremoto.


Signor Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella,

Signor Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni,

Signor Presidente della Regione, Massimiliano Fedriga,

Signori Ministri, Autorità Civili, Militari e Religiose,

desidero rivolgervi il più cordiale benvenuto, ringraziandovi sentitamente per la vostra presenza a questa seduta straordinaria dell’Assemblea legislativa del Friuli Venezia Giulia che, per la prima volta, si tiene in forma così solenne a Gemona del Friuli, luogo simbolo della nostra memoria e della nostra identità.

Sono trascorsi cinquant’anni dal terremoto del 1976, dall’Orcolat. Mezzo secolo che non ha cancellato il dolore, ma lo ha trasformato in consapevolezza, responsabilità e forza collettiva. È difficile, ancora oggi, separare il ricordo della tragedia da quello della straordinaria capacità di riscatto che il popolo friulano seppe dimostrare. Quel Friuli si trovò improvvisamente in ginocchio, tra macerie, lutti e disperazione. Ma proprio in quel momento così drammatico prese forma qualcosa di altrettanto potente: una volontà condivisa di rinascita, una determinazione che seppe trasformare la distruzione in ricostruzione, non solo materiale ma anche culturale, civile ed economica.

Da un lato una spinta nuova, una rinascita che ha reso il Friuli un modello riconosciuto; dall’altro, la consapevolezza che questa nuova stagione affonda le sue radici in una ferita profonda, mai del tutto rimarginata. Ci si può chiedere se tutto questo sarebbe accaduto comunque. Forse sì, nella storia dei popoli vi è sempre una tensione al cambiamento. Per il Friuli questa trasformazione ha una data precisa, incisa nella coscienza collettiva: il 6 maggio 1976. Un giorno che ha segnato un prima e un dopo, non solo nella cronaca, ma nella storia morale e civile della nostra terra. Per molti quella data è un racconto tramandato, una memoria familiare che si intreccia con immagini e testimonianze. Per coloro che vissero direttamente quell’esperienza, il ricordo cambia inevitabilmente con il passare del tempo e molti dei protagonisti di allora non sono più tra noi. Proprio per questo cresce il nostro dovere: custodire, tramandare e rendere attuale quella memoria alle nuove generazioni.

L’eco dell’Orcolat superò rapidamente i confini del Friuli e dell’Italia, dando vita a una straordinaria ondata di solidarietà che coinvolse l’intera comunità nazionale e internazionale. Per suo tramite, signor Presidente della Repubblica, desideriamo rinnovare la più profonda gratitudine del popolo friulano verso lo Stato e tutti coloro che si distinsero negli aiuti: le Forze Armate, i Corpi dello Stato — a partire dai Vigili del Fuoco — le Regioni e l’intero Paese. Da ogni parte d’Italia e del mondo giunsero aiuti, soccorsi, mani operose e cuori generosi. Fu una mobilitazione senza precedenti: dalla Caritas alla Croce Rossa, dagli Alpini ai gruppi spontanei di giovani volontari, tutti uniti da un comune sentimento di vicinanza e responsabilità. Un contributo fondamentale giunse anche dalle comunità friulane e da tutti i corregionali all’estero, soprattutto dai Fogolârs sparsi nei cinque continenti. Dal Canada all’Argentina, dagli Stati Uniti all’Australia passando da ovunque fossero i nostri emigranti, queste realtà seppero raccogliere risorse, energie e speranza per sostenere la ricostruzione.

E poi i nomi, che oggi ho il dovere di richiamare, per rendere omaggio ai protagonisti di allora, a coloro che resero possibile la ricostruzione. La mattina seguente al sisma, lo stesso Presidente del Consiglio, Aldo Moro, insieme al ministro Francesco Cossiga, volle essere testimone diretto di quella tragedia. Fondamentale fu l’opera del Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, coadiuvato dai suoi vice, il generale Mario Rossi e il prefetto di Udine Domenico Spaziante. Con determinazione e visione, Zamberletti seppe guidare il Friuli facendo pieno uso dei poteri conferitigli dal Governo, operando con rapidità ed efficacia anche grazie alla collaborazione del presidente della Regione, Antonio Comelli. Decisiva fu la scelta di delegare ai Comuni funzioni e poteri, restituendo centralità ai territori e mettendo i sindaci nelle condizioni di intervenire tempestivamente. Il volto concreto della ricostruzione è rappresentato proprio da queste donne e da questi uomini delle istituzioni che misero professionalità e buona volontà al servizio delle popolazioni colpite. Proprio a loro, insieme alla Regione Friuli Venezia Giulia, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile: un riconoscimento che è molto più di un’onorificenza, è parte integrante della storia del Friuli, del nostro orgoglio e della nostra identità.

Accanto alle istituzioni, fu fondamentale il ruolo della Chiesa friulana, a partire dall’arcivescovo Alfredo Battisti e dai tanti sacerdoti impegnati in prima linea, così come quello dell’informazione che, con umanità e rispetto, garantì una presenza costante rivelatasi un contributo prezioso.

Da quella drammatica esperienza giunsero risultati concreti e duraturi. I “figli del terremoto” hanno dato origine a modelli organizzativi e istituzionali fondamentali per il nostro Paese. Penso alla nascita dell’Università degli Studi di Udine, che rappresenta uno dei segni più significativi del riscatto del Friuli: un investimento sul sapere, sulla formazione e sul futuro. E penso, a maggior ragione, alla Protezione Civile italiana che, proprio grazie a quell’esperienza, si è strutturata fino a diventare un punto di riferimento imprescindibile nella gestione delle emergenze. Una vera eccellenza che, dopo i recenti fatti di Preone, viene però pesantemente messa in discussione da normative evidentemente bisognose di un’attenta, rapida e puntuale riflessione da parte di tutti. Perché sindaci e volontari per essere in grado di aiutare devono essere a loro volta tutelati.

Va ribadito, infatti, che il Friuli ha saputo onorare con i fatti la fiducia e la generosità ricevute. La specialità di questa Regione si traduce in responsabilità: un’autonomia vissuta non come punto di arrivo, bensì come scelta quotidiana, come impegno concreto al servizio del bene comune. È proprio in questa autonomia responsabile che si radicano la forza e il carattere di rialzarsi, di ricostruire allora e di affrontare le sfide di oggi. Perché essa trae linfa da ciò che più profondamente caratterizza questa terra: l’essere comunità.

Una comunità coesa, solidale, capace di riconoscersi nei propri valori, che, pur nelle differenze, ha saputo trovare unità e condivisione, trasformando la diversità in ricchezza e la memoria in guida. È questo il modello Friuli: un modello fatto di responsabilità diffusa, di partecipazione, di fiducia nelle istituzioni e, soprattutto, nelle persone.

Per questo, oggi, nel ricordare, sento il dovere di dire grazie. Grazie a tutti coloro che si sono adoperati allora e a quanti continuano, ogni giorno, a rendere vivo questo spirito. E voglio farlo anche nelle lingue che sono il cuore della nostra identità, espressione autentica della nostra storia e della nostra comunità:

Gracie di cûr a ducj.

Hvala vsem iz srca.

Herzlichen Dank an alle.

Grazie di cuore a tutti.

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