Menia: negozi, sì alla deroga per Trieste
«Chiusure domenicali sbagliate». La Lega boccia la deregulation sino a 800 metri
di Roberta Giani
di Roberta Giani

Roberto Menia
TRIESTE «La spesa, a casa mia, si fa di domenica. E, francamente, non credo di essere un’eccezione: Trieste deve avere una deroga». Roberto Menia, nonostante rischi di complicare la vita a Renzo Tondo e alla sua giunta, non usa giri di parole. E ridà fiato alla battaglia di chi ritiene che Trieste non possa perdere il «diritto» alle aperture domenicali illimitate dei suoi negozi e dei suoi centri commerciali.
Il sottosegretario all’Ambiente, l’unico che il Friuli Venezia Giulia può vantare nel governo di Silvio Berlusconi, interviene all’indomani del vertice del Popolo della libertà che ha certificato il mancato accordo sulla riforma del commercio: il presidente della Regione Renzo Tondo e l’assessore alle Attività produttive Luca Ciriani continuano infatti a ripetere che il tetto massimo delle 29 aperture domenicali annue debba valere dappertutto, con l’unica eccezione dei comuni turistici e dei centri storici dei capoluoghi di provincia, e che una deroga su misura di Trieste o Gorizia non sia possibile: «A quel punto chiunque si sentirebbe in diritto di reclamare a sua volta...» ha ripetuto, nel corso del vertice, Ciriani.
Ma Menia, nonostante l’assessore alle Attività produttive sia un amico e appartenga al suo partito, non ci sta. E dà man forte ai consiglieri regionali Piero Camber, Bruno Marini, Maurizio Bucci e Piero Tononi che, in pressing da giorni per strappare una deroga che tolga il tetto delle 29 aperture massime all’intero territorio comunale di Trieste (e non solo al suo centro storico), rischiavano l’isolamento: «Sto con i consiglieri triestini. Ne ho parlato con Ciriani, so le difficoltà in cui si muove, ma Trieste è il capoluogo regionale, è una città turistica da dodici anni, ha caratteristiche uniche in Friuli Venezia Giulia, e quindi merita un discorso a sé» afferma il sottosegretario che, per di più, è coordinatore regionale del Popolo della libertà.
I motivi pro-deroga? Molteplici: «Molti triestini lavorano nel terziario e nel pubblico impiego e quindi hanno orari di lavoro sostanzialmente coincidenti con quelli dei negozi. Non solo: le chiusure domenicali non sono compatibili con la vocazione turistica. Eppoi, vogliamo forse che tutti i triestini vadano a fare la spesa a Capodistria, tanto più che adesso il confine è caduto?». Menia, pertanto, sollecita il centrodestra a trovare una soluzione «che vada bene a tutti ma non penalizzi Trieste».
Non facile, anzi difficile: la Lega - ma commercianti, sindacati e sindaci dell’Anci sono sulla stessa linea - diffida dal concedere deroghe a chicchessia. Invitando Ciriani a tenere duro: «L’assessore - afferma Federico Razzini - sta facendo un buon lavoro, attento alle esigenze concrete della maggior parte dei commercianti e non alle lobby della grande distribuzione».
E bocciando la proposta di mediazione avanzata nel vertice del Popolo della libertà che prevede di portare da 400 a 800 metri quadri la superficie dei negozi in cui rimane la deregulation degli orari: «Sarebbe una contraddizione in quanto - aggiunge Razzini - si rivelerebbe un escamotage per tenere aperti i grandi centri mentre bisogna ridare ossigeno ai piccoli negozi e limitare le aperture a 20 domeniche o poco più». Menia, però, non si fa intimidire: «La Lega dimostri di essere un valore aggiunto della coalizione, come dichiara spesso, e non una palla al piede». Risultato: la battaglia delle aperture domenicali, in casa del centrodestra, continua.
Argomenti:commercio
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