Meno finanziamenti: a Trieste calano del 25% i master universitari

La lunga mano della crisi si insinua dappertutto, secondo l’agenzia Universita.it che ha fatto un’indagine su 65 atenei italiani c’è stato un crollo nell’organizzazione dei master, quei corsi “professionalizzanti” post-laurea della durata di uno o due anni che largamente vengono finanziati proprio da imprese. L’analisi segnala come Milano li abbia quasi raddoppiati e Trieste, invece, dimezzati: da 28 a 12, con un calo del 57%. Ma il dato diffuso è largamente distante dai documenti dell’ateneo triestino e vengono confutati dal rettore Sergio Paoletti: «Noi 28 master mai li abbiamo avuti, siamo in verità passati dai 12 (8 dopo la laurea triennale e 4 dopo la specialistica) del 2011-2012 ai 9 del 2012-2013 (5 di primo livello e 4 di secondo), con una diminuzione dunque del 25%, non bisogna confondere la scrittura “burocratica” con l’effettivo numero».
Ma non è una diminuzione che spaventa, quasi quasi è stata indotta. «Calo di finanziamenti esterni c’è senz’altro - prosegue Paoletti - almeno del 50%, sia nei lavori che l’Università svolge per conto terzi (qui un calo davvero drammatico) e sia per i master. Però noi preferiamo puntare sui dottorati, proprio oggi li dovremmo approvare in Senato dopo un intenso lavoro del Nucleo di valutazione, siamo riusciti ad assicurarli anche alle facoltà umanistiche avendo ottenuto nuovi fondi dalla Regione: 300 mila per noi, 300 mila a Udine e 150 mila per la Sissa».
Quanto ai master c’è quello di Ingegneria sul disegno degli yacht, o quello sul caffé indirizzato all’industria locale, o ancora un interessante progetto sulla Fitoterapia che si svolge in collaborazione con una università di Madrid e un’azienda produttrice in Toscana. «Ma abbiamo, non vorrei dire in forma autopunitiva - spiega il rettore - molto alzato l’asticella della qualità dei corsi, per una offerta più qualificata. La maggioranza dei docenti deve essere composta da universitari e non da esterni, la metà dev’essere dell’ateneo triestino, il numero medio di iscritti non può essere inferiore a 14, che è la media delle università del Nordest, e un master non si può attivare con meno di 10». Inoltre fino al 75% dalle tasse degli iscritti deve essere versato all’amministrazione, e nessun corso si apre se lo stipendio dei docenti non risulta “coperto” da tasse e contributi esterni.
Conclude Paoletti: «Non è bene dare tanto risalto al master, non è come in Austria o in altri paesi un livello superiore di studio, anche se noi speriamo comunque di migliorare. Sono i dottorati il vero terzo livello delle Università, ed è lì che dobbiamo guardare specialmente ai paesi del Nord che a questo puntano con molta forza. I master restano comunque un approfondimento di nicchia».
Di buono c’è che i laureati che poi scelgono questa via arrivano praticamente tutti alla fine del percorso, e che in certi settori (per esempio Ingegneria clinica) dopo il master trovano immediatamente lavoro. Però i soldi, in questo campo, come si vede, sono una variabile niente affatto indifferente.
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