Migranti e movida: il doppio nodo che ora Trieste deve sbrogliare

Lo sconcio di piazza Libertà presenta soluzioni a portata di mano, solo a volerle mettere in pratica: le risse attorno a piazza Venezia richiedono sforzi congiunti di comunità

Roberto Morelli
(foto Andrea Lasorte)
(foto Andrea Lasorte)

Andiamo dritti al sodo della tesi che proponiamo: il problema dei migranti a Trieste, come in altre città, non può essere affrontato solo con l’ordine pubblico. È un problema della società e come tale va gestito. Sarebbe illusorio credere di poterlo risolvere scaricandolo sulle forze di polizia, il cui intervento è indispensabile, non sufficiente.

Le cronache raccontano pressoché quotidianamente i due fenomeni distinti, ma collegati tra loro, che hanno reso la questione emergenziale. Il primo è la concentrazione di migranti senza tetto in piazza Libertà, supportati (chi li detesta direbbe «attirati») dai volontari che procurano loro pasti caldi e sacchi a pelo, con qualche scontro – anche sanguinoso.

Il secondo sono le crescenti risse notturne nelle zone della movida (piazza Venezia, ma non solo), quasi sempre tra minorenni (stranieri, ma non solo), che hanno trasformato vie di ristorazione, negozietti e passeggio in arene di teppismo indiscriminato.

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Migranti in piazza Libertà, una delle zone pià critiche sul fronte sicurezza (Silvano)

La situazione di piazza Libertà rasenta l’assurdo. È uno sconcio assoluto. Lo è per i poveretti che lì si trascinano senza saper dove andare, perlopiù in attesa di conoscere del proprio status di rifugiati. Lo è per chi dà loro aiuto in condizioni precarie e con mezzi abborracciati. Lo è per i cittadini che timorosi girano al largo e per chi giunge a Trieste ed è accolto da questo biglietto da visita.

Cinquanta metri più in là vi sono gli spazi abbandonati della stazione autocorriere. Possibile non si riesca ad allestire lì (o altrove) un centro di prima accoglienza a rotazione, utile a ospitare per breve tempo i disperati in arrivo, finché il loro status sia definito e loro smistati, come ora sta avvenendo con giusta frequenza senza operazioni inutilmente spettacolari?

Basterebbero un tetto per un centinaio di persone, i letti e i bagni per ridare dignità a chi la merita come ogni persona umana, e restituire la piazza a un decoro accettabile, in attesa che le riqualificazioni programmate e gli alberghi in costruzione le diano un volto normale.

La chiusura del Silos (che era lo sconcio precedente) ha semplicemente spostato la vergogna da qui a lì, non risolvendo alcunché. Peggio ancora, sta innescando un surreale rovesciamento di prospettive con la strisciante, comune colpevolizzazione di tutti coloro che operano in quella piazza.

Da una parte i volontari, visti come “favoreggiatori” dell’illegalità, anziché apprezzati, come meriterebbero, per l’aiuto che portano; magari talvolta sbagliando, forse esagerando in ardore, ma con uno slancio ch’è comunque un raggio di sole nel mondo egotico e illividito che ci circonda.

Dall’altra le forze di polizia, ora dipinte da persecutori dei disperati, quand’è palese la cautela e il rispetto con cui gestiscono la situazione in piazza e le persone che fanno uscire dai magazzini fatiscenti; e basterebbe chiedere a quelle stesse persone, quel che hanno passato nelle mani delle polizie di molti dei Paesi che hanno attraversato prima di giungere in Italia.

Per inciso, proprio questo punto ha segnato l’errore più grave nella gita dei bambini di quinta elementare di Marostica coinvolti in piazza Libertà nella distribuzione dei pasti. Ed è curioso che quasi nessuno l’abbia rilevato: solo il prefetto Petronzi nella recente intervista a Il Piccolo.

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Uno screenshot tratto dal video pubblicato dall'associazione umanitaria Linea d'Ombra

Riferiscono le cronache che (in altro luogo) i bimbi hanno camminato scalzi e bendati per ripercorrere l’esperienza dei migranti di notte, così costretti a fare «per sfuggire alla polizia». Sarebbe questo l’insegnamento da dare a bambini di dieci anni? Che la polizia insegue i poveretti forzandoli a scappare di notte? Viviamo in Italia una paurosa carenza di senso civico. E ai bambini bisognerebbe forse insegnare che le forze dell’ordine garantiscono la sicurezza di tutti nel rispetto di tutti; anch’esse con le loro mele marce, ci mancherebbe, ma perseguite proprio per questo con severità doppia.

Se ci spostiamo solo di qualche centinaia di metri, le notti della città vivono scene mai viste con bande di minori che si fronteggiano. È l’altra faccia del problema. Trieste, come alcune città della Sicilia, non ha un problema di stranieri, bensì di minori stranieri.

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La folla in via Torino (foto Massimo Silvano)

Giunti in Italia non accompagnati, quindi in sostanza abbandonati con molte storie di disperazione familiare alle spalle nei Paesi di origine, sono obbligatoriamente (e giustamente) presi in carico là dove vengono ritrovati, cioè nelle città di confine o di sbarco. In Italia vi sono oggi circa 14.000 minori stranieri senza genitori.

A Trieste sono circa 350 – ed erano di più. Facciamo il rapporto con la popolazione, e scopriamo che qui l’incidenza dei minori stranieri è sette volte superiore alla media nazionale. Poi diventano maggiorenni, e non è che al diciottesimo anno le cose cambino: di solito peggiorano. Bastano la repressione e i controlli ad affrontare il problema? No di certo. È anzi persino un po’ vigliacco scaricarlo interamente sulle forze di polizia, o sui Comuni che hanno in carico i minori.

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Via Cadorna fotografata da Andrea Lasorte

Il problema è sociale, è nostro, è della comunità intera. A quelle risse, alla guerra di bande di quindicenni che appaiono e scompaiono, ai furti e al bullismo ai danni di ragazzini più piccoli, partecipano anche ragazzi italiani. Solo un’azione integrata che coinvolga la scuola e, dove c’è, la famiglia, può affrontare efficacemente il nodo, senza avere la pretesa di risolverlo.

Un gruppo di lavoro permanente foriero di azioni concrete e non di blablà, che coinvolga autorità amministrative, di sicurezza e scolastiche, insieme con le associazioni che ospitano i minori, sarebbe un ottimo punto di partenza. E in questo lo sport, con l’eccezionale patrimonio morale delle società, dei campi e delle palestre, è fondamentale.

Non solo per il trito «toglie i ragazzi dalla strada». Ma perché insegna l’impegno, la lealtà, il rispetto, la pulizia del gesto, il valore sano dello spogliatoio. Lo sport è un altro raggio di sole, e di questi tempi ne abbiamo così bisogno.

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