«Monfalcone città più inquinata in regione»

Secondo uno studio dell’Arpa le aree vicine alle centrale presentano la più alta concentrazione di gas fitotossici
Di Giulio Garau
Bonaventura Monfalcone-21.12.2012 Fumo dalla centrale-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura
Bonaventura Monfalcone-21.12.2012 Fumo dalla centrale-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura

Monfalcone è la città più inquinata da gas tossici del Friuli Venezia Giulia, i valori peggiori si concentrano «in prossimità della centrale termoelettrica» e la situazione è peggiore di quella di Trieste che vede nel mirino Trieste con la Ferriera. Ma a sostenerlo stavolta non è una ricerca “sepolta” in qualche archivio, non è l’attuale proprietà della centrale a carbone (A2A), nemmeno Alessandro Vescovini imprenditore della Sbe che ha sollevato il problema scoprendo studi dimenticati e che sta conducendo una battaglia personale contro la centrale. Lo studio, un biomonitoraggio dell’inquinamento da gas fitotossici nel Fvg, è dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente del Fvg) è stato concluso nel 2013 ed è assolutamente attuale.

E come è accaduto nel lontano 1999, ad essere esaminati sono i licheni, i migliori “bioindicatori”, «i primi organismi a risentire della presenza di sostante fito-tossiche e che riescono ad accumulare a livelli facilmente apprezzabili contaminanti atmosferici persistenti e tra questi metalli, radionuclidi, idrocarburi, clorurati...». Il biomonitoraggio dell’Arpa che ha eseguito campionamenti su ben 72 stazioni in tutto il Fvg, tra il marzo 2011 e ottobre 2012, per valutare la presenza di gas fitotossici, in particolare anidride solforosa e ossidi di azoto, ha messo in evidenza che mentre il valore maggiore di biodiversità lichenica (naturalità alta per assenza di inquinamento) è stata registrata a Padriciano (oltre che nelle zone montane), il valore di minor naturalità, è stato registrato a Monfalcone. Ci sono sette classi di alterazione dei licheni, l’ultima equivale al cosiddetto “deserto lichenico” che vuol dire alterazione molto alta. Subito dopo c’è la classe 6 “alterazione alta” e qui si trova Monfalcone. Trieste con la Ferriera è nella classe 5, “alterazione media”.

E per Monfalcone, lo sostiene l’Arpa, non ci sono dubbi: l’origine dell’alterazione va ricercata nelle emissioni della centrale. I dati si riferiscono generalmente solo ad alcuni parametri (anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri) mentre «scarseggiano le informazioni su molti inquinanti come i metalli». Niente paura, sui metalli pesanti i risultati arriveranno tra breve dal biomonitoraggio commissionato in autonomia da Vescovini all’Università di Trieste, e bisognerà vedere se confermeranno la situazione di “alterazione”, la stessa evidenziata nel 1999 dallo studio realizzato allora per conto dell’Enel che gestiva la centrale. E allora, come ora dall’Arpa (e probabilmente anche nel prossimo studio commissionato da Vescovini) tutte le ricerche usano come faro la metodologia del ’98 del professor Nimis del Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Trieste, vero luminare in materia.

Prove scientifiche che le emissioni inquinanti alterano l’ambiente e che pongono domande inquietanti sui rischi che sta correndo la popolazione a Monfalcone. Studi, dati, ricerche a disposizione di tutti (il sito per lo studio Arpa è http://www.arpa.fvg.it/export/sites/default/tema/aria/stato/biomonitoraggio/relazione-biomonitoraggio-licheni-FVG1.pdf) ma di cui nessuno, soprattutto tra i politici, finora ha parlato o ha citato nelle interminabili e assolutamente confuse polemiche sulla centrale a carbone e il nuovo progetto di ristrutturazione. Silenzio su queste informazioni anche da parte del Comune, che solo pochi giorni fa ha scoperto di avere in casa lo studio del 1999, che pesa perchè è il sindaco ad avere la responsabilità per legge della salute dei cittadini. Ma un silenzio anche da parte della Provincia che tra le poche ultime competenze ha quella delle autorizzazioni ambientali. Silenzi che stanno creando grande sconcerto tra i cittadini, in una città già martoriata dalla tragedia dell’amianto, preoccupati sui possibili nuovi rischi per la salute e per la mancanza di informazioni e risposte.

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