Nel monte Canin un “archivio climatico” che racconta la Piccola Era Glaciale

Il team di Colucci (Cnr e UniTs) nelle grotte del massiccio: svelate con una tecnica inedita le tempistiche di formazione del ghiaccio

Giulia Basso
Il pavimento di ghiaccio (copyright Renato R. Colucci)
Il pavimento di ghiaccio (copyright Renato R. Colucci)

Nelle grotte del massiccio del Canin, a oltre duemila metri di quota _ sulle Alpi Giulie occidentali, al confine tra Italia e Slovenia – si nasconde un archivio climatico di rara precisione: un deposito di ghiaccio permanente nato al tramonto della Piccola Era Glaciale, nella finestra climatica in cui il freddo secolare cedeva il passo al riscaldamento che ne è seguito.

Uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Glaciology, guidato da Renato R. Colucci, primo ricercatore del Cnr e docente di glaciologia all’Università di Trieste, lo ha datato per la prima volta con una tecnica mai applicata al ghiaccio di grotta.

La grotta di ghiaccio del Monte Leupa, conosciuta dagli speleologi della Commissione Grotte Eugenio Boegan della Società Alpina delle Giulie fin dal 1979, custodisce un blocco di ghiaccio di circa 300 metri cubi su uno spessore medio di tre metri. Combinando quattro metodi di datazione, i ricercatori hanno ottenuto un risultato inatteso: il ghiaccio non si è formato nel momento più rigido della Piccola Era Glaciale, ma alla sua conclusione, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

I carotaggi (copyright Marco Bibi)
I carotaggi (copyright Marco Bibi)

Un paradosso solo apparente. «Nei periodi più freddi la roccia era perennemente sotto zero in profondità, anche d’estate», spiega Colucci. «L’acqua che entrava nelle fessure si ghiacciava subito, bloccando ogni stillicidio, cioè la percolazione verso il basso attraverso la roccia». Il permafrost sigillava il sistema idrico sotterraneo. Solo quando le temperature hanno cominciato a salire la roccia ha trovato un nuovo equilibrio: abbastanza morbida da lasciar filtrare l’acqua, ancora abbastanza fredda da congelarla. «L’idea è che il deposito si sia formato in tempi brevi, molto rapidamente», aggiunge Colucci. Un frigorifero naturale che, per un breve lasso di tempo, ha trovato le condizioni perfette per riempirsi.

Il cuore metodologico dello studio è l’applicazione, per la prima volta al mondo su ghiaccio di grotta, della tecnica di datazione con argon-39: l’isotopo radioattivo intrappolato nelle bolle d’aria decade nel tempo, e dalla sua concentrazione residua si risale all’età del campione. I risultati indicano una formazione tra il 1840 e il 1893, coerente con l’analisi dei pollini intrappolati nel ghiaccio e con la datazione dei carbonati criogenici presenti nel deposito.

La datazione col radiocarbonio ha invece restituito età nell’ordine delle migliaia di anni, un risultato che lo studio smonta con precisione. «Il radiocarbonio è un metodo molto preciso – spiega Colucci –. Il problema è che in questo caso abbiamo datato non il ghiaccio, ma la frazione organica del suolo esterno, entrata attraverso lo stillicidio e rimasta congelata nel ghiaccio. La datazione è corretta, ma si riferisce a un’altra cosa». Una scoperta metodologica che vale ben oltre la grotta del Leupa. Nei sistemi carsici il carbonio organico può essere molto più antico del ghiaccio che lo ingloba: il radiocarbonio, in questi contesti, va usato con cautela.

Dal 2012 al 2020 il deposito ha perso più di 180 metri cubi di ghiaccio. Il punto di svolta è il 2014. «Misuriamo la temperatura della roccia dal 2011, e nel 2014 l’abbiamo vista per la prima volta andare sopra lo zero per diversi mesi», racconta Colucci. «D’estate il frigorifero naturale non esisteva più, così il ghiaccio ha cominciato a fondere rapidamente». Le fotografie del 2018 e del 2024 documentano una cavità quasi svuotata in sei anni.

La scomparsa del ghiaccio modifica la circolazione dell’aria nelle cavità e incide sul regime idrico sotterraneo del massiccio. «Se questo magazzino d’acqua allo stato solido viene a mancare, il regime idrico diventa più dipendente dagli eventi di precipitazione», osserva Colucci. Il gruppo continuerà a monitorare la zona, con la prospettiva di carotare una grotta che potrebbe custodire ghiaccio molto più antico.

Un archivio ancora tutto da leggere, ammesso che il tempo lo consenta. Lo studio è stato realizzato nell’ambito del progetto C3 – Caves, Cryosphere and Climate, finanziato dalla Società Alpina delle Giulie attraverso la Commissione Grotte Eugenio Boegan e dal Cnr, con il coinvolgimento di dieci istituzioni di ricerca internazionali. —

 

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