Quella terra di nessuno e le risposte che mancano

L’accoglienza ai migranti è diventata un terreno di scontro politico e ideologico, ma la contrapposizione tra le due fazioni risulta assurda e dolorosa

Alberto BollisAlberto Bollis

Era già accaduto e si sapeva che sarebbe potuto succedere ancora. È successo di nuovo. Non è certo la prima volta che il Porto Vecchio di Trieste si trasforma in obitorio: da quando i fatiscenti edifici dell’antico scalo sono diventato rifugio semi-incontrollato di disperati, l’inevitabile conta di situazioni limite o oltre il limite è ciclica e periodica.

Ma stavolta lo schiaffo in faccia alla civile capitale mitteleuropea è ancora più violento e non potrà essere liquidato con un’alzata di spalle e qualche dichiarazione di circostanza, in attesa che passi la bufera mediatica e la situazione torni all’(a)normalità quotidiana. Con oggi la misura è davvero colma.

Incendio nel Porto vecchio di Trieste: due giovani morti intossicati
I soccorsi sul luogo della tragedia nel Porto Vecchio di Trieste

Non è ammissibile che, mentre un’intera popolazione riposa nei suoi letti caldi o assiste in poltrona alle gesta dell’italiano ventenne che diventa campione del mondo di Formula 1, in quella landa desolata in riva all’Adriatico si consumi impunemente una tragedia di tali proporzioni: due vite umane, due persone, che muoiono avvelenate dal monossido e poi carbonizzate dalle fiamme sfuggite a un falò improvvisato, acceso con tutta evidenza per cercare un po’ di tepore, mentre fuori la bora e l’autunno non fanno più sconti.

Riemerge, dunque, il tema dell’accoglienza e dell’assistenza, ai migranti e agli sbandati di ogni genere. Un campo che è diventato di scontro politico e ideologico, come ripetutamente abbiamo denunciato dalle pagine di questo giornale, finora senza ottenere risultati.

La contrapposizione tra le due fazioni risulta assurda e dolorosa per chi ha ancora un briciolo di umanità e di rispetto per il prossimo. Da una parte quelli del “facciamo piazza pulita, se ne tornino a casa loro”, dall’altra i paladini del “tutti dentro, indiscriminatamente”, non di rado spinti da dubbi interessi di parte, se non addirittura politici ed economici.

Tragedia di Porto Vecchio, in centinaia in piazza Libertà: «L’indifferenza uccide»

Nel mezzo, istituzioni con le mani legate, alle prese con un groppo forse inestricabile, che cercano di barcamenarsi per non scontentare troppo gli uni o gli altri, che studiano soluzioni concrete, che tentano di mettere ordine, ma che devono anche rispondere gerarchicamente a rigide logiche di potere politico, centrale o territoriale che sia, troppo distante dalla vita reale per comprendere e assecondare esigenze elementari in contrasto con la linea dettata da chi governa.

Già scritto, detto, ribadito: basta con la polvere (“polvere” in questo caso sta per uomini e donne) sotto il tappeto. Basta con l’attesa che il numero di profughi e senza tetto accampati nei pressi della pensilina di largo Santos o dentro i magazzini abbandonati diventi troppo evidente per essere ignorato, innescando così il provvisorio colpo di scopa che libera il campo per un paio di giorni.

Basta con lo scossone determinato da un evento straordinario come la morte di due persone. Porto Vecchio va sigillato e sorvegliato: compito improbo, vista la vastità di quella terra di nessuno, ma non impossibile. Inoltre, non è più procrastinabile l’allestimento di un centro di prima accoglienza temporanea, che assicuri a chiunque – e non stiamo certo parlando di masse ingestibili – un pasto caldo, una doccia, un giaciglio dignitoso. Un luogo sicuro, sorvegliato, amministrato in maniera trasparente. Lo spazio non manca, a Trieste lo sappiamo bene. Per ora invece manca la volontà.

Nella tragedia dell’altra notte in Porto Vecchio c’è una notazione forse scontata, ma abbastanza impressionante. Le vittime sono morte nel rogo scoppiato proprio in quel Magazzino 18 dove fino a qualche anno fa erano conservate le masserizie degli esuli istriani, fiumani, dalmati.

Quello stesso Magazzino 18 cantato e portato in scena dal geniale Simone Cristicchi, che ormai più di una decina di anni fa ha fatto conoscere a tutta l’Italia il dramma dell’esodo dei Trecentomila.

Sedie, armadi, quaderni e diari, fotografie, bauli, oggetti della quotidianità ormai hanno trovato degna collocazione nel museo allestito dall’Irci nel ristrutturato Magazzino 26. Ma la coincidenza di quest’ultima tragedia consumatasi in quei simbolici stanzoni fa rabbrividire: lì dentro trovano rifugio soprattutto profughi, migranti in fuga dagli orrori di una guerra o dalla miseria, proprio come lo erano i nostri bisnonni, nonni, genitori. Ce ne rendiamo conto?

 

Riproduzione riservata © Il Piccolo