Omicidio Migena, chiesti 30 anni di carcere
GRADISCA
È stata chiesta la massima pena prevista dal rito abbreviato: 30 anni. L’ha formulata il pubblico ministero, Laura Collini, dopo sei ore di minuziosa ricostruzione della morte di Migena Kellezi, la donna di 30 anni uccisa dal marito, il 37enne Dritan Sulollari, nel loro appartamento di via della Campagnola, a Gradisca d’Isonzo, la mattina dello scorso 8 novembre.
Pena massima ribadita anche dalle parti civili, compreso il legale rappresentante il figlio della coppia albanese, già tutore del piccolo.
Quella dell’altro ieri, al Tribunale di Gorizia, davanti al giudice Carlo Isidoro Colombo, è stata una giornata molto lunga, almeno 8 ore dentro l’aula - iniziata alle 9 e conclusasi verso le 17.30, inframezzata solo da una breve pausa - dove è iniziato il processo a porte chiuse.
Il pubblico ministero ha passato in filigrana la ricostruzione dell’evento. Ha proiettato su uno schermo documenti, chat, foto dell’appartamento dove è avvenuto il delitto, riportando quella mattina nel suo svolgersi passo dopo passo.
Sei ore di intervento danno la misura della perizia con la quale la pubblica accusa non ha trascurato nulla. Fino a giungere alle conclusioni: massima pena, 30 anni per effetto del rito abbreviato, sostenendo la sussistenza di tutte le aggravanti, i motivi abbietti, la presenza del minore ed il rapporto di coniugio, che lega moglie e marito.
Le parti civili hanno replicato la richiesta della massima pena, gli avvocati Alberto Tarlao, che rappresenta la mamma e la sorella di Migena, Fabrizio Carducci, a sostegno del padre della giovane donna, ed Elisa Moratti per il piccolo.
Dello stesso tenore è stata anche la richiesta risarcitoria, a sottolineare la gravità della perdita della congiunta e prima di tutto di una madre, rivolgendo l’attenzione prevalente al bambino.
Risarcimenti importanti, un milione e 40 mila euro complessivi, ossia 300 mila euro rispettivamente alla madre, al padre e al minore, e 140 mila euro alla sorella. Hanno richiesto il sequestro dei beni dell’imputato, a fronte di una sentenza provvisoriamente esecutiva, o in subordine, di una provvisionale di 100 mila euro a ciascuna parte civile. Una sorta di “congelamento economico nell’immediato”, a monte quindi dei successivi gradi di giudizio.
Cifre sostanzialmente “simboliche”, come le hanno definite i legali Tarlao e Carducci, sulla scorta del fatto che l’unico bene in disponibilità dell’imputato è il conto corrente (l’alloggio in via della Campagnola è dell’Ater). Alcune migliaia di euro per le quali dunque è stato chiesto il sequestro.
La difesa, l’altro ieri, non ha inteso esprimere alcuna dichiarazione. La prossima udienza è stata fissata il 26 novembre. Verrà dato spazio all’arringa del legale difensore, avvocato Paolo Bevilacqua. Sono poi previste le repliche per giungere alla sentenza. —
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