«Ora l’Adriatico non divide più Si dev’essere aperti al dialogo»
«Oggi ci resta il dovere della memoria, che va declinato secondo le prospettive dell’Europa unita». David di Paoli Paulovich, presidente dell’Associazione, guarda al futuro alla vigilia della Civica Benemerenza che ritirerà domani dal sindaco Roberto Dipiazza. Per il responsabile del sodalizio, infatti, «ora l’Adriatico orientale non divide, ma abbraccia popolazioni che vivono sulle stesse sponde di questo mare. Dobbiamo essere aperti al dialogo, soprattutto rispetto alle istanze degli italiani rimasti».
Il tempo passa. Che senso ha oggi l’Associazione?
Siamo nati con finalità assistenziale e oggi vogliamo tramandare un patrimonio morale e mantenere vivi i legami all’interno del popolo dell’esodo. Siamo una realtà ancora vitale e l’associazione di esuli più rappresentativa a Trieste. Andiamo fieri del nostro giornale, che tramanda l’Istria autentica delle nostre tradizioni, di una civiltà europea laica e cristiana, erede della venezianità e della latinità classico-romana.
I fondi statali però sono ridotti all’osso…
Ci auguriamo che la soglia d’attenzione rimanga al di sopra di uno standard minimo. Alla politica chiedo di selezionare il valore delle singole iniziative e lasciar perdere i rami secchi. Il nostro giornale esce da oltre mezzo secolo ed è un patrimonio non solo nostro ma di tutto un mondo.
Che rivendicazioni le stanno più a cuore al tavolo nazionale?
Le stesse da moltissimi anni. Un equo e definitivo indennizzo per gli esuli e i loro eredi. Mi rivolgo ancora una volta allo Stato, affinché possa accordare questo riconoscimento che dovrebbe essere l’applicazione dei normali principi di civiltà giuridica.
Che ne pensa dei casi di scarsa trasparenza emersi all’Irci e all’Università popolare?
Vengo da una formazione giuridica e per me ordine e rigore amministrativo sono un dovere.
Come giudica invece la rivalità fra associazioni degli esuli che ancora si respira, a cominciare dal rapporto fra voi e Unione degli istriani?
Abbiamo la grande Federazione degli esuli, che ricomprende la gran parte dell’associazionismo dell’esodo. Alcune realtà non vogliono sottostare a questo presunto giogo di appartenenza. Io sono per la condivisione e auspico che il nostro universo dialoghi in nome di obiettivi e ideali comuni, senza frantumarsi in sterili polemiche che riguardano forse più la politica che la vera essenza di un associazionismo che deve essere apolitico. —
D.D.A.
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