Le prime pietre d’inciampo: «Monfalcone ne avrà altre»

Stolperstein al debutto a Monfalcone dedicate a quattro deportati morti nei lager. La commozione dei parenti: fra loro la figlia di Natale Marchese

Tiziana Carpinelli
(fotoservizio Katia Bonaventura)
(fotoservizio Katia Bonaventura)

Era alla finestra, Carmen Marchese. Dieci anni e ancora tutta l’innocenza negli occhi per non capire subito che quell’immagine del papà, Natale, «su una camionetta dei tedeschi che sfreccia via», sarebbe stato lo spartiacque di un’esistenza. Il fotogramma indelebile, l’ultimo sguardo prima dell’abisso.

Lo aveva invece intuito subito sua mamma Rosina, che non s’era affacciata a quel davanzale, ma l’aveva appreso dalla figlia. «Oddio, non tornerà più», aveva detto sconvolta, Cassandra del suo destino di vedova. E così era stato, per Natale Marchese, il responsabile dell’Anagrafe di Ronchi accusato di falsificare i documenti per i partigiani e supportare la Resistenza.

Inghiottito, come altri tre monfalconesi – Camillo Donda, Alberto Spimpolo e Giovanni Marcatti, giovani vite recise nello sterminio nazista – dai lager, nel suo caso a Mauthausen, il primo marzo 1945, a ridosso della Liberazione.

Ma venerdì, riportando quel papà in qualche modo a casa, davanti alla porta di via 4 Novembre, dove Carmen Marchese, ora 92enne, ancora vive, è stato come chiudere un cerchio, restituire un po’ di pace all’animo. «Ce l’abbiamo fatta», si sono detti lei e Libero Tardivo, presidente dell’Aned ronchese, al termine della cerimonia.

Senza l’istanza accorata dell’anziana, oltre un anno fa, e il saldo aiuto dell’associazione dei deportati, tutto questo – le prime quattro pietre d’inciampo deliberate dall’ex amministrazione Garritani – non sarebbe stato. Una cerimonia-maratona, quella allestita dal Comune, durata quattro ore nelle altrettante distinte tappe, molto sentita.

Il sindaco Luca Fasan vi ha preso parte per l’intero svolgimento, rilevandone «l’importanza fondamentale», per la memoria collettiva. Aveva esordito, in via Monti 8, per la prima targa d’ottone a Donda, rivendicando le pose e definendo le pietre come «fortemente volute dall’amministrazione», ma il rumoreggiare dei presenti lo ha poi spinto a correggere il tiro nei successivi passaggi.

Del resto, ampiamente note le iniziali difficoltà nell’ottenimento delle installazioni, assurte a caso di cronaca nazionale e rimbalzate perfino su Caterpillar. Diverse, in ogni caso, le sensibilità. Se la maggior parte dei familiari ha sinceramente ringraziato il Comune per aver intrapreso questa strada («Non un addio, ma un arrivederci», come auspicato da Tardivo), c’è anche chi ha rivolto la propria gratitudine solo ad Aned e Anpi, pure presente.

L’ente, comunque, lo ha ribadito chiaro e netto Fasan, vuole mantenere viva la memoria degli oltre 100 monfalconesi vittime del regime nazifascista: solo una scarna metà fece ritorno a casa. Sicché «certamente è un arrivederci e non un addio», ha confermato. La cerimonia è stata puntellata dalle riflessioni, molto profonde e attuali, degli studenti di Buonarroti, Giacich, Pertini e Randaccio, che a braccio o davanti a un foglio hanno dimostrato di comprendere pienamente l’importanza del momento e il dramma dell’Olocausto, affinché la storia non riviva questo ciclo di orrore e violenza.

E poi ci sono state le parole, struggenti, dei familiari. A partire da quelli di Donda, con la nipote Paola Di Florio e la sorella Marilena: «Ricordare Camillo vuol dire anche tenere viva la memoria di tutti coloro che hanno lottato contro il nazifascismo e hanno perso la vita per il nostro Paese: si deve fare di tutto per evitare che simili tragedie possano ripetersi. Con lui abbiamo portato a casa la memoria di tanti partigiani».

Questo davanti alla prefetta Ester Fedullo e ai rappresentanti di Arma e Polizia. Mentre Tardivo consegnava simbolicamente a Fasan la tessera dell’Aned e il fazzoletto a strisce bianche e blu.

In via Vecellio 34 s’è ricordato invece Spimpolo, classe 1924, arrestato giovanissimo sul Carso assieme al fratello e deportato a Neuengamme, morto di setticemia un anno dopo. «Ma la vita media, nei campi, era di sei mesi: questi prigionieri erano la forza lavoro gratuita del Reich», ha spiegato Tardivo. A ricordare Spimpolo le nipoti Annalisa e Fabrizia: «Papà non parlava mai di come fosse morto lo zio, troppo doloroso». Quindi la terza tappa a San Poletto, per commemorare Marcatti, arrestato appena 24enne dalle Ss, deportato e poi freddato con un colpo di pistola alla nuca nella Marcia della morte.

E infine l’ultima tappa per la prima pietra accordata, appunto a Marchese, dove si sono scorte altresì l’eurodeputata Annalisa Corrado e la mamma di Giulio Regeni. A seguire la giornata alcuni consiglieri: Cristiana Morsolin, Alessandro Saullo, Lucia Giurissa e Francesco Volante. Più i due assessori Irene Cristin e Fabio Banello.Il sigillo però l’ha posto Fasan, con una promessa: «È solo un inizio, la città avrà altre pietre».

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