Raduni di preghiera, il Consiglio di Stato respinge l’appello del centro islamico Darus contro il Comune di Monfalcone

Il nodo riguardava l’acquisizione dei locali di via Duca d’Aosta da parte dell’amministrazione, che ora sono definitivamente di proprietà del Comune

Una preghiera al Darus (Tibaldi)
Una preghiera al Darus (Tibaldi)

Nuova vittoria del Comune di Monfalcone sul caso del centro islamico Darus Salaam di via Duca d’Aosta. Il Consiglio di Stato ha stabilito, in adunanza plenaria, che il centro utilizzato ormai da una trentina di anni dalla comunità musulmana deve diventare a tutti gli effetti di proprietà del Comune di Monfalcone.

Canta dunque vittoria l’eurodeputata leghista Anna Maria Cisint. Fu lei, nel 2023, quando ancora ricopriva la carica di sindaco, a intraprendere la battaglia contro il centro che la nutrita comunità islamica residente nella città del cantiere aveva acquisito collettivamente per radunarsi in preghiera, attività non consentita in base alle disposizioni urbanistiche del Comune, ragion per cui l’ente aveva avviato la pratica di intavolazione del bene.

Pur incassando il colpo, il Darus non demorde, con il legale Vincenzo Latorraca che annuncia adesso di volersi appellare alla Corte europea per i diritti dell'uomo. L’organo internazionale di Strasburgo sarà chiamato a esprimersi sul principio del diritto di culto, in merito a una sua ipotizzata negazione che comporterebbe una condanna per l’Italia e il relativo risarcimento dei danni.

Raduni di preghiera, al Consiglio l’ultima parola: il Comune di Monfalcone rivince al Tar, respinto il ricorso del centro islamico
Una preghiera al Centro culturale islamico Darus Salaam (foto d’archivio di Katia Bonaventura)

Il Darus aveva impugnato l’ordinanza di acquisizione nel patrimonio adottata dal Comune nel convincimento fosse decorso il termine per ottemperare al precedente ordine di ripristino (entro 90 giorni) delle destinazioni d’uso in base alle normative urbanistiche, che lì appunto non consentono i raduni per la preghiera.

Nella decisione assunta a gennaio dal Consiglio di Stato due motivi di ricorso - il primo e il terzo - erano stati respinti ed erano così state accolte le tesi dell’amministrazione, mentre per gli altri due erano emersi orientamenti diversi, per cui il nodo era stato rimandato al “livello superiore” che ha appunto pronunciato la sentenza divenuta pubblica ieri.

La polemica tra Comune e Darus

«Abbiamo acquisito definitivamente la moschea abusiva», esultano nel frattempo Cisint e l’attuale sindaco di Monfalcone Luca Fasan, «per il successo ottenuto dall’avvocato Teresa Billiani». «Giustizia è stata fatta», riprende Cisint.

«Con la sentenza del Consiglio di Stato depositata in data odierna (venerdì 31 luglio, ndr), storica, destinata a fare scalpore, viene stabilito una volta per tutte che l’immobile del centro islamico acquisito dall’ente locale è definitivamente di proprietà del Comune. L’acquisizione è la conseguenza normativa legittima, infatti, della mancata osservanza dell’ordinanza del Comune, da parte dell’associazione islamica, che nonostante il divieto continuò a utilizzare quell’immobile come luogo di culto».

«Non c’è e non c’è mai stata nessuna moschea abusiva», ribatte Latorraca: «Nel merito il Tar dava ragione all’associazione e annullava l’ordinanza del Comune, per questo motivo hanno inizialmente continuato a pregare nel centro».

Il contenzioso risale, si accennava, a novembre 2023, quando il Comune, facendo leva sul fatto che la destinazione d’uso del centro era di tipo direzionale, vietò alla comunità, con un’ordinanza dirigenziale, di radunarsi per pregare nel centro. Cominciò così la battaglia legale a suon di ricorsi.

Solo il Consiglio può dire sì alle preghiere: il Darus riporta il Comune di Monfalcone al Tar
Una passata celebrazione del Ramadan a Monfalcone (foto Katia Bonaventura)

Il ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo

«Per illustrare i risvolti della decisione» il Comune ha convocato per questa mattina una conferenza stampa in Municipio. Il difensore del Darus si affida invece a una lunga nota tecnica: «Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello del Darus aderendo all’orientamento secondo cui la mancata ottemperanza nel termine di 90 giorni può essere considerata solo qualora l’ordinanza sia annullata con pronuncia definitiva. In sostanza, non sono stati tenuti in considerazione il decreto e le ordinanze cautelari e neppure la sentenza di primo grado». «Non riteniamo condivisibile la sentenza», ancora Latorraca.

«Applicando il rigoroso principio espresso dall’adunanza plenaria, il destinatario del provvedimento rimane in balia di una situazione incerta, in cui le azioni e i conseguenti provvedimenti cautelari finiscono per restare travolti qualora la pronuncia definitiva riformi la sentenza di primo grado.

Nel lasso temporale di incertezza non è possibile pensare che i provvedimenti cautelari e la sentenza del giudice di primo grado siano inutiliter dati, finendo per costituire motivo di grave pregiudizio qualora, confidando nella loro efficacia, il privato non ottemperi all’ordinanza nel termine di 90 giorni.

È peraltro doveroso ricordare che la decisione del Consiglio di Stato che ha definito la vicenda e ha disposto l’acquisizione al patrimonio si è risolta con la formula della “ragione più liquida”, valutando esclusivamente uno dei profili d’appello del Comune, concernente il carico urbanistico, e non invece le altre questioni aperte, tra cui la possibilità di individuare, nell’ambito in cui è ubicato l’immobile del Darus Salaam, aree da destinare al culto. Non resta - chiosa Latorraca - che confidare nella Corte europea per i diritti dell’uomo».

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