La preghiera di Trieste per il migrante trovato morto in Porto vecchio, il vescovo Trevisi: «Restiamo umani »

Venerdì sera la veglia in memoria del 32enne algerino, il cui corpo senza vita è stato trovato mercoledì in uno degli edifici abbandonati usati per trovare riparo 

Francesco Codagnone
Il vescovo Trevisi celebra la messa in memoria del 32enne. Foto servizio di Massimo Silvano
Il vescovo Trevisi celebra la messa in memoria del 32enne. Foto servizio di Massimo Silvano

Hichem Billal Magoura. Il suo nome scivola sui volti dei fedeli riuniti in preghiera, dei volontari che forse senza saperlo lo hanno sfamato nelle sere d’abbandono, dei migranti seduti composti tra le panche di Sant’Antonio Nuovo, venuti a salutare chi come loro si era messo in cammino. «Non vogliamo che il cuore di questa città si abitui alla solitudine, all’abbandono, al freddo», invita il vescovo di Trieste Enrico Trevisi all’inizio della sua omelia, sciogliendo il silenzio della chiesa gremita da chi venerdì sera ha raccolto l’invito della Comunità di Sant’Egidio e della Caritas alla veglia di preghiera.

 

In prima fila c’è il presidente della Comunità islamica di Trieste Akram Omar, ci sono le associazioni, le realtà umanitarie, la società civile accorsa a ricordare i migranti scomparsi nelle notti d’inverno.

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Nabi Ahmad e Muhammad Baig, a Udine, e Shirzai Farhdullah, a Pordenone, morti intossicati dal monossido di carbonio sprigionatosi dalle braci accese per affrontare il freddo. Morti com’è morto Hichem Billal Magoura, algerino di 32 anni arrivato a Triestev sei mesi fa e trovato riverso nell’edificio 116 del Porto Vecchio, andatosene via in solitudine e al buio mentre a pochi metri centinaia di ragazzi come lui salivano sulle corriere.

Le istituzioni hanno fatto tutto il possibile per lui? E noi potevamo fare di più per evitare la tragedia? «Sì, certo, assieme a tutti potevamo ascoltare», incalza il vescovo: si doveva, perché «la misericordia è a trecentosessanta gradi, e non possiamo scegliere di aiutare un fratello e abbandonare l’altro nell’indifferenza».

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«Diciamocelo francamente, la vita – rammenta il presule – presenta spesso tornanti imprevisti, e tutti noi possiamo essere improvvisamente gettati dall’altra parte del confine: nasce un figlio disabile e ci si scontra con la burocrazia cieca al dramma della famiglia, si fa un incidente e da giovani prestanti ci si ritrova a volere il suicidio assistito. Si perde la guerra, arriva l’alluvione: si perde tutto, e ci si incammina». Gesù l’ha chiesto, ricorda Trevisi scorrendo le scritture: «Mettiti all’ultimo posto: quello del disabile, di chi ha fatto un incidente, di chi è colpevole in carcere. Del disperato, di chi ha perso tutto, del migrante. Mettiti al posto degli ultimi e tenta l’ascolto, la condivisione, l’incontro con l’altro».

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Forse, riconosce il vescovo, questa «non sarà la soluzione definitiva, nessuno di noi ha la presunzione della verità, ma è un po’ di luce dentro le tenebre: quando c’è buio, anche un po’ di luce può aiutare». «Non so – ammette Trevisi – se riusciremo a evitare altre tragedie come quelle di questi giorni del nostro figlio qui a Trieste, ma so che non possiamo avere la coscienza tranquilla se non facciamo la nostra parte, se non ci proviamo». Sì, dice il presule, tutti, «anche noi»: «Abbiamo anche aperto un dormitorio notturno per le famiglie e le donne con bambini e – continua il sacerdote – una sala d’aspetto solidale, Spazio 11 in via Udine. Abbiamo anche fatto una conferenza stampa, per chi ha voluto venirci: non per esibire che siamo bravi, ma per coinvolgere. Se vuoi, puoi dare una mano anche tu».

«Davvero non è possibile fare di più per i nostri anziani, i nostri giovani, per chi non ha casa, per i migranti?», si chiede Trevisi, che invita: «Mettiamoci attorno a un tavolo, ascoltiamoci e qualche passo per dare sicurezza ai triestini e anche ai migranti lo troveremo: e sì, anche le istituzioni sono chiamate ad ascoltare». «Trieste ha bisogno di luce, solo insieme possiamo riaccenderla», conclude il vescovo, invitando a un lungo silenzio per chi in città non ha trovato che buio».

 

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