Tentò di strappare la pistola a una poliziotta a Trieste: scarcerato, sarà trasferito in Psichiatria al Maggiore
Lo ha deciso il gip Marco Casavecchia in seguito alla valutazione della perizia psichiatrica. Agatino Privitera, responsabile anche del rogo alla StarTech, è ritenuto pericoloso per la collettività e resterà sotto sorveglianza fino all’individuazione di una diversa struttura di accoglienza

Pericoloso per se stesso e per la collettività. E non compatibile con la detenzione in carcere. Agatino Privitera, il cinquantenne che il mese scorso aveva incendiato la cabina di gas della StarTech e che nei giorni successivi aveva aggredito una poliziotta in Questura tentando di strapparle la pistola, uscirà dal Coroneo.
Lo ha deciso il gip Marco Casavecchia per effetto della perizia psichiatrica eseguita dallo psichiatra Mario Novello in sede di incidente probatorio, alla presenza del pubblico ministero Cristina Bacer.
Il giudice ha disposto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con la custodia cautelare in luogo di cura indicando che l’indagato venga ricoverato nel reparto del servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Dipartimento di Salute mentale dell’ospedale Maggiore.
Privitera, difeso dall’avvocato del Foro di Trieste Fabio Zuliani, come detto, è ritenuto pericoloso per se stesso e per gli altri, come confermano i gesti di cui si è resto protagonista. Per questo motivo sarà sorvegliato.
Il paziente trascorrerà un periodo di osservazione e cura in ambito ospedaliero. E questo almeno, come precisa il legale, «fino all’individuazione di diversa struttura di accoglienza del predetto Dipartimento di Salute Mentale».
Il dottor Novello, nominato dal giudice, nella sua perizia ha innanzitutto stabilito che Privitera è in condizioni di vizio parziale di mente, dovuto – stando a quanto si è appreso – a una forma di disturbo paranoideo delirante con stati depressivi e di ansia ricorrenti.
La condizione di vizio parziale di mente, nel giorno dell’aggressione alla poliziotta all’ingresso della Questura, avrebbe portato l’indagato a perdere in parte la cognizione di ciò che stava facendo. In altri termini, la sua patologia mentale avrebbe fatto scemare in misura notevole la sua capacità di intendere e di volere, senza però annullarla del tutto. Ciò significa che il detenuto non è totalmente incapace di intendere e di volere e quindi sarà chiamato a rispondere delle proprie azioni in un processo.
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