Protesta anti-Cpr a Gradisca: «Il lager di Stato deve essere chiuso»

Una cinquantina di partecipanti al presidio lungo la Ss 305. Criticata la decisione di togliere i cellulari a tutti i reclusi

Luigi Murciano
La protesta contro il Cpr di Gradisca
La protesta contro il Cpr di Gradisca

Ancora un “no” deciso a quello che viene definito «lager di Stato». Sotto lo sguardo attento delle forze dell’ordine schierate sul lato opposto dell’ex statale 305, una cinquantina di manifestanti, giunti dalla galassia di movimenti e associazioni del Triveneto, si è ritrovata ancora una volta nel tardo pomeriggio in presidio davanti ai cancelli del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d’Isonzo.

 

Tra la musica diffusa dal soundsystem e un clima che è rimasto pacifico, i toni degli interventi si sono fatti drammatici nel ripercorrere le vicende legate alla struttura. Il presidio, promosso dall’Assemblea permanente No Cpr, che coinvolge movimenti ed associazioni ma non simboli politici, ha voluto richiamare una volta di più l’attenzione pubblica sulle condizioni del centro e sul sistema della detenzione amministrativa in Italia. Nel corso della manifestazione, gli organizzatori hanno definito il Cpr una forma di repressione che si configura «come un supplemento di pena per persone che spesso non hanno commesso alcun reato».

Verso lo schieramento di polizia si è levato uno degli interrogativi più duri dei manifestanti: «Siete qui a difendere cosa? Un business sulla pelle dei migranti? Per difendere un sistema razzista che è stato capace di partorire questi luoghi di tortura, disperazione e morte?». Un momento centrale del presidio è stato dedicato alla memoria di chi tra quelle mura ha perso la vita. È stata ricordata in particolare la vicenda processuale ancora in corso di Vakhtang Enukidze, il cittadino georgiano le cui cause di morte non sono ancora state chiarite a sei anni di distanza. In tutto sono stati citati i cinque decessi, tra morti e suicidi, di persone che erano state «affidate allo Stato».

Gli attivisti hanno tracciato un parallelismo con il caso del Cpr di Torino e il suicidio del giovane guineano Moussa Balde, vicenda conclusasi recentemente con una condanna per omicidio colposo della direttrice della struttura piemontese. I manifestanti hanno puntato l’indice contro la gestione quotidiana della cooperativa veneta Ekene, ed accusando inoltre Prefettura e Questura di Gorizia di avere isolato i reclusi, a seguito delle violente rivolte dell’inverno, attraverso il sequestro dei telefoni cellulari personali che sinora «avevano consentito di far trapelare abusi, criticità igienico-sanitarie o atti violenti». Preoccupazioni sono state espresse, inoltre, per i contenuti del ddl sicurezza che vorrebbe limitare le visite dei parlamentari.

Il presidio si è concluso con l’impegno a continuare a costruire legami con chi è rinchiuso all’interno, al grido di “Fuoco a tutte le galere”. L’attenzione sul tema resterà alta anche nei prossimi giorni. Martedì 24 febbraio, alle 18, la discussione si sposterà nel cuore della città, presso la sala di Palazzo Torriani (via Ciotti 49). In quella occasione sarà presentato il secondo report nazionale di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione. All’incontro, introdotto dal sindaco Alessandro Pagotto, interverranno tra gli altri i consiglieri regionali Enrico Bullian e Diego Moretti, le parlamentari Debora Serracchiani e Rachele Scarpa, e rappresentanti di ICS e del Forum Salute Mentale. L’obiettivo sarà analizzare dati e criticità di un sistema che, nel 2024, ha visto una quota di effettivi rimpatri di appena il 10, 4%. —

 

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